I tranvieri se si ammalano hanno buste paga più alte

Dietro lo sciopero che ha bloccato le città, si nasconde la difesa di privilegi che consentono a chi resta a casa di avere una retribuzione maggiorata fino al 30 per cento

Antonio Signorini

da Roma

La motivazione che hanno dato i sindacalisti è semplice: ieri le città sono rimaste senza mezzi di trasporto pubblico perché i lavoratori vogliono «mantenere il 100 per cento reale della busta paga anche quando si è in malattia». In altre parole tranvieri, autisti di bus e conducenti di metropolitane hanno incrociato le braccia bloccando il traffico di tutti i principali centri urbani del Paese perché vogliono che i giorni di malattia siano loro pagati quanto quelli di lavoro. La ragione dello sciopero del trasporto locale è in realtà più complessa. Dietro quel «100 per cento reale» si nasconde uno di quei diritti acquisiti che forse nessuno si sarebbe sognato di intaccare se non fosse diventato incompatibile con i bilanci in rosso delle municipalizzate.
Un paradosso contrattuale - hanno più volte denunciato le associazioni datoriali - che concede agli autoferrotranvieri la possibilità di far lievitare la busta paga nei primi tre giorni di malattia fino al 30 per cento in più. In altre parole fatta 100 la normale paga giornaliera di un autista di bus, tram e metropolitane, ogni giorno a casa per indisposizione finisce per essere pagato 120 e in alcuni casi - secondo il sottosegretario al Welfare Maurizio Sacconi - anche 130. E questo perché, a differenza di quanto avviene in tutte le altre categorie, durante la malattia non vengono sospese le indennità come quella per gli straordinari e la diaria di trasferta. L’effetto di questa anomalia - denuncia Sacconi - non è solo un aggravio del costo del lavoro, ma anche un aumento dell’assenteismo. Non è un caso che nel settore sia del 20 per cento, «un livello inaccettabile per qualsiasi impresa privata». E anche un tipo di assenteismo strano - ha notato Il Sole24ore - perché concentrato in pacchetti di tre giorni, esattamente quanto la durata del diritto al centro dello sciopero.
Fino a poco tempo fa questa sorta di bonus veniva erogato dall’Inps ed era quindi a carico della collettività per un costo di circa 35 milioni di euro all’anno (dato del 2004). Con l’ultima finanziaria il governo ha rimesso i trattamenti economici di malattia a carico delle aziende di trasporto (per i dipendenti del trasporto privato il bonus non è previsto) e il bubbone è scoppiato: le municipalizzate non hanno accettato di pagare così tanto la malattia e i sindacati hanno dato il via alle proteste perché non intendono rinunciare al vecchio metodo di calcolo.
L’attenzione del centrosinistra si è concentrata proprio su questo aspetto. Il sindaco di Roma Walter Veltroni ha dato la colpa dello sciopero all’esecutivo perché «al cronico sottofinanziamento del settore si è unito prima il trasferimento degli oneri aggiuntivi per l’indennità di malattia a carico delle aziende di trasporto e ora l’assenza di risposte da parte del governo». Il primo cittadino di Roma sbaglia, ha replicato Sacconi. Il governo - ha spiegato il sottosegretario - «è sempre stato ben disposto a mediare ma senza dare un euro per compensare un privilegio corporativo che deve essere semplicemente abbandonato. Dica piuttosto il sindaco di Roma come la pensa su un’indennità di malattia del 140 per cento del salario».
Le parole di Veltroni per il sottosegretario nascondono in realtà la volontà di scaricare ancora una volta i costi del bonus sulla collettività. Ma nemmeno le aziende pensano sia più possibile percorrere questa strada. L’Asstra, l’associazione che riunisce le aziende pubbliche di trasporto, sta cercando di far passare l’idea di contrattualizzare quei soldi che prima i dipendenti ottenevano automaticamente, scalandoli dagli aumenti della prossima trattativa. Una soluzione onerosa, ma le aziende hanno fretta di chiudere. Anche perché il bonus malattia costa e fa lievitare altri costi. Come quelli per gli straordinari, perché con i giorni di malattia che valgono quanto quelli di lavoro, spesso viene superato il tetto. Lievitano anche i costi per la pensione, visto che su quei soldi in più le aziende devono pagare i contributi.