I tre carabinieri non rispondono Interrogato un altro viado

DUBBI Il pusher Cafasso sarebbe morto per una overdose. Ma l’autore del filmato resta ignoto

Patricia Tagliaferri

RomaZitti, aspettando il Riesame. Ieri i tre carabinieri accusati dalla Procura di aver architettato il tranello-ricatto contro l’ex governatore del Lazio Piero Marrazzo non si sono presentati per l’interrogatorio con i pm Giancarlo Capaldo e Rodolfo Sabelli. Sono rimasti in cella. Sperano di uscirne dopo l’udienza del Riesame, in calendario stamattina. In fondo dal giorno del loro fermo, poi confermato dal gip Sante Spinaci, sono cambiate molte cose. «Merito» in gran parte proprio di Marrazzo. La cui prima versione, consegnata agli atti giudiziari il 21 di ottobre, è stata a dir poco riveduta e corretta due sere fa, quando l’ex governatore è stato ascoltato nuovamente dai pm. Una testimonianza che cambia, e non poco, la possibile ricostruzione della vicenda. Perché il teorema giudiziario, come disegnato dal decreto di fermo e poi nell’ordinanza del gip, ricalcava le prime dichiarazioni di Marrazzo. Ipotizzando un videoricatto, con tanto di messa in scena (la cocaina e il tesserino del governatore), ordita ad arte dai carabinieri indagati per mettere nell’angolo l’ex presidente laziale. Sulla droga, per esempio, Marrazzo aveva «azzardato» l’ipotesi che l’avessero portata i due autori dell’irruzione, identificati in Carlo Tagliente e Luciano Simeone. Azzardo non replicato due giorni fa, anche per risparmiarsi il rischio di un’accusa di calunnia da parte dei militari, quando anzi Marrazzo ha ammesso che gli era capitato di consumare cocaina durante gli appuntamenti con i trans. Quanto a quel 3 luglio in via Gradoli, pare che Piero abbia comunque negato di aver sniffato nell’occasione. Comprensibile che non volesse smentire se stesso, ma resta il mistero dei soldi che Marrazzo aveva con sé. Cinquemila euro in contanti. Il 21 ottobre quel denaro per sua stessa ammissione era «il prezzo concordato» per la prestazione sessuale di Natalie. Ieri la «tariffa» è scesa a mille euro. E gli altri quattromila a che servivano?
Insomma, la versione dei carabinieri, che secondo l’iniziale ipotesi della Procura era una panzana concordata, ora sembra meno campata in aria, anche se ci sono ancora due o tre punti di discordanza. Il ruolo di Gianguarino Cafasso, per esempio. Secondo i militari in carcere il confidente-pusher era nell’appartamento di Natalie il 3 luglio, e fu lui a filmare Marrazzo in compagnia del trans. L’ex governatore, però, nega sia che fosse lì sia di averlo mai conosciuto. Due giorni fa in procura è arrivata Jennifer, il trans che era con Cafasso quando l’uomo è passato a miglior vita. Avrebbe confermato che è stata una «normale» overdose a stroncarlo. Ieri, intanto, gli inquirenti hanno interrogato Donato D’Autilia, il quinto carabiniere indagato per ricettazione. Ma il suo legale, Remo Pannain, ha sostenuto che D’Autilia in questa storia non è mai entrato.