I tre pilastri di Sarkò

Sarkozy ha posto un problema decisivo per la cultura e la politica europea. Senza mezzi termini ha sostenuto tre questioni fondamentali: 1) l’orgoglio del lavoro; 2) il rispetto dell’autorità; 3) il senso di responsabilità. Sono i tre pilastri su cui si edifica solidamente una società rispettosa delle regole della convivenza e delle libertà individuali. Sono anche i tre pilastri abbattuti dal ’68 e che nessuno in Europa è più riuscito a rimettere in piedi.
Dopo De Gaulle, Sarkozy è il primo che con convinzione e senza compromessi intende seppellire il ’68.
Quel movimento giovanile ha origini anglosassoni e, proprio per la caratteristica dei luoghi in cui è nato, ha influenzato mode, ha influito sull’organizzazione familiare e scolastica, sulla cultura, sul linguaggio. Nulla è rimasto indenne al passaggio del ciclone sessantottesco. Per certi aspetti ha portato via tanti inutili vecchiumi e, talvolta, ha suggerito la possibilità di un mondo più libero.
Il vero disastro avviene quando il ciclone sessantottesco incomincia a girare vorticosamente per le terre di Francia, il Paese che dal 1789 costruisce le categorie del Politico in Occidente. E il ’68 come una categoria del Politico non è affatto morto, anzi è vivo e vegeto, il vero leader della sinistra europea, quello più intelligente, quello che comprende e si batte per una flessibilità in politica estera in grado di fare i conti con il terrorismo islamico è Daniel Cohn-Bendit, ex leader sessantottino, ora consigliere di Ségolène Royal. E a ruota gli va il fratellino minore, il tedesco Oskar Fischer, anche lui ex sessantottino.
Cosa pretende ora Sarkozy dai francesi? Orgoglio del lavoro, cioè una radicale inversione di rotta dall’ideologia del ’68 che alimenta le pretese delle 35 ore di lavoro settimanale, che infiamma la ribellione dei giovani contro il progetto di legge sul lavoro giovanile di De Villepin. Orgoglio di poter lavorare, e non lavorare con il desiderio di smettere al più presto per andare a prendere il sole nelle spiaggette riportate lungo i quai della Senna.
Rispetto dell’autorità. Un esempio, dice Sarkozy? Gli studenti si alzino in piedi quando entra in classe il loro professore. Cosa è cambiato da quando i giovani hanno smesso di compiere questo piccolo rito rispettoso dell’autorità di un’istituzione? La scuola è cambiata in peggio, soprattutto per la perdita della sua autorità. E poi autorità in famiglia: rispetto del padre, che significa rispettare i principi su cui si fonda una comunità.
Senso di responsabilità: ognuno sia consapevole dei ruoli, delle funzioni, dei compiti e del sentimento etico che presiede una società. Non si giochi allo scaricabarile, non si invochino «le condizioni sociali disagevoli» per andare in soccorso dei colpevoli.
L’abbattimento di questi tre principi, o anche la loro irrisione, ha creato quella cultura che giustifica la trasgressione, la ribellione, la mancanza di rispetto, una visione della società elastica che può adattarsi alla convenienza. E in sostituzione di quei tre principi oggettivi e razionali si è imposto il dominio del direttorio della sinistra erede del ’68, che si ritiene culturalmente inattaccabile e moralmente ineccepibile, quindi autorizzata ad interdire (culturalmente e moralmente) qualsiasi discorso, persona, progetto che osino contrapporsi ad essa.
Se l’esempio che sto per fare può apparire banale, mi si perdoni. Ma, perché Ségolène Royal può vantarsi di avere quattro figli e di non essere sposata pur vivendo con un uomo? Naturalmente, per quel che mi riguarda, su queste cose ciascuno si comporti come crede. Tuttavia è quel «come crede» che spiega la propria cultura. La Royal è la figlia minore della cultura permissiva, antiautoritaria del sessantottismo.
Ora, con straordinaria intelligenza politica, Sarkozy ha sottolineato che si possono elaborare eccellenti programmi, progetti, modelli politici, ma tuttavia questi si disfano come neve al sole se c’è una cultura di base diffusa nella società che è antiautoritaria, contraria al senso di responsabilità, irridente l’orgoglio del lavoro. È proprio questa cultura che finisce per costringere al compromesso politico per sopravvivere (come è accaduto a Chirac) o, per esempio, alla dissoluzione di un buon progetto di legge, come era quello di De Villepin, o all’interdizione e al silenzio di chi non si allinea con la visione sessantottesca.
E allora, buona fortuna Sarkozy, se riuscirà a seppellire il ’68, l’Europa respirerà tutta un’altra aria, finalmente pulita.
Stefano Zecchi