I trucchi degli orfani del quorum

Sul finire degli anni Cinquanta il conte Dino Grandi, ormai da tempo ritiratosi in Brasile, per spiegare alla sua amica Clare Boothe Luce la natura degli italiani, che lei aveva avuto modo di frequentare e conoscere come ambasciatrice degli Usa nel nostro Paese, le scrisse che l'Italia era l'unico posto dove la somma di due più due fa un qualsiasi numero meno che quattro.
L'affermazione dell'anziano e navigato diplomatico esprimeva una verità che trova conferma puntuale all'indomani di ogni consultazione elettorale. Persino in una situazione che di per sé dovrebbe implicare il massimo della chiarezza - la consultazione referendaria per esempio, che implica una conta semplicissima, quella dei sì e dei no - si trova il modo di discettare dei risultati nel tentativo di confondere le carte in tavola.
Prima ancora che si conoscessero i risultati dell'ultimo referendum - anzi prima ancora che i cittadini si recassero alle urne - qualcuno cominciò già ad esercitarsi, con la solita supponenza, in questo sport nazionale della politica italiana. Eugenio Scalfari, nella sua consueta articolessa domenicale, mise subito le mani avanti. Sostenne che, qualora non fosse stato raggiunto il quorum richiesto, il risultato finale del referendum avrebbe dovuto essere calcolato depurandolo «dall'astensionismo strutturale degli indifferenti» e, così depurato, avrebbe dovuto essere confrontato col voto espresso nei seggi. In tal modo il «risultato legale» di un referendum fallito per il mancato raggiungimento del quorum sarebbe stato, se non inficiato da un punto di vista giuridico, quanto meno delegittimato moralmente o reso discutibile dalla presenza di un «dissenso maggioritario contro una legge sbagliata, perseguita dal clericalismo italiano, tornato al non expedit di infausta memoria».
Il ragionamento scalfariano è davvero singolare. Lasciamo stare quel grottesco richiamo al non expedit, che evoca una situazione storica e una realtà politica le quali non sono affatto comparabili, dal momento che l'invito all'astensionismo, nel caso in questione, era una particolare forma di partecipazione politica mentre il non expedit esplicitava il divieto di partecipazione alla vita politica del neonato Stato unitario.
Facciamo invece una considerazione di altra natura. La democrazia si realizza attraverso la manifestazione della volontà popolare, che può avvenire attraverso il voto, attraverso la scheda bianca o anche attraverso il non voto, perché non è affatto detto che l'astensione sia l'espressione della indifferenza o dell'apatia o dello scarso senso civico di una fetta di popolazione. In molti casi, per esempio, della storia della nostra Repubblica è stata la cartina di tornasole della frattura esistente fra la classe politica, le sue promesse e le sue realizzazioni o mancate realizzazioni, da una parte, e il Paese reale, con i suoi problemi, i suoi bisogni, le sue aspettative. In altri termini, il non voto è stato, spesso, una scelta di tipo inequivocabilmente politico, tanto è vero che lo «spettro» dell'astensionismo, sempre esorcizzato, si è dissolto in quelle consultazioni e occasioni che la popolazione ha evidentemente ritenuto rilevanti.
Nel caso specifico dell'ultimo referendum, la condanna «morale» nei confronti dei cittadini che hanno voluto manifestare la propria opinione astenendosi è particolarmente ingiusta e offensiva, perché presuppone che esistano tre categorie di cittadini: quelli di serie A che votano, quelli di serie B che si astengono sulla base di un ragionamento politico o in obbedienza a direttive politiche e quelli di serie C, disprezzabili ed espressione, per usare una espressione di Giulio Anselmi apparsa sempre sul quotidiano scalfariano, di «una Italia ignava, indifferente, pigra, che non vota comunque, qualsiasi possa essere l'oggetto del decidere, si tratti di politiche o di amministrative, di referendum su grandi questioni di coscienza o su opzioni minori come la caccia ai fringuelli».
La situazione ideale per Scalfari & co. sarebbe stata quella che avesse visto la vittoria del sì con un'alta partecipazione, cioè quella che avesse visto i fautori del no adoperarsi per la vittoria dei fautori del sì. Ma questa è concezione bizzarra, a dir poco, della democrazia, è la concezione di coloro che non ammettono il dissenso se non in maniera funzionale al successo delle proprie ragioni e dei propri desideri.
Comunque sia, nel caso specifico, anche se questo tipo di ragionamento stesse in piedi (e non ci sta), l'analisi dell'andamento del trend della partecipazione al voto ai referendum abrogativi si ritorcerebbe contro di esso. Infatti la partecipazione popolare al referendum appena svoltosi è stata la più bassa in assoluto in tutta la ormai lunga storia referendaria, che ha visto dal 1974 gli italiani chiamati alle urne 14 volte per esprimersi su 59 quesiti. La «depurazione» del risultato di quello che Scalfari ha definito «astensionismo strutturale degli indifferenti» porterebbe comunque a una percentuale di sì talmente bassa da non potersi davvero considerare espressione della maggioranza del Paese. La regola del due più due che non fa mai quattro è difficilmente applicabile in questo caso.
La lettura dei risultati del referendum è molto più semplice. Gli italiani hanno dato un segnale ben preciso, che va oltre il problema del mantenimento in vigore di una legge. È un segnale che invita a ripensare, per il bene del Paese, l'istituto stesso del referendum.

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