I VALZER DEI CAPITALISTI

Diavolo di un Silvio. Montezemolo, Della Valle e compagnia tronfiante l’avevano già seppellito, e insieme celebravano il funerale del suo governo Brancaleone, delle sue gag e dell’ansia di cambiamento che ancora alberga nei nostri poveri cuori liberali. E invece ecco che il Cavaliere zoppicante, con un colpo a sorpresa, è giunto a Vicenza e si è ripreso la base di Confindustria, assestando in venti minuti un durissimo colpo a una leadership che da mesi coltivava i propri interessi all’ombra dell’Ulivo.
Ho già descritto, commentando la svolta a sinistra del Corriere della Sera, l’intreccio perverso che lega grande industria, grandi banchieri, grandi giornali e partiti di sinistra. Si tratta di un gruppo di potere che ha condizionato gli ultimi anni della nostra storia, brigato con la magistratura e raccontato attraverso i propri organi d’informazione gli accadimenti facendo uso di una vasta gamma di lenti deformanti. Non voglio dunque ripetermi. Preferisco lasciar spazio a un economista, che non è al soldo di Berlusconi (per i nostri democratici in servizio permanente uno stipendio del Cavaliere rappresenta di per sé patente d’inattendibilità, se non di subumanità), ma pubblica i suoi articoli sul Corriere della Sera. «È palese – scrive Geminello Alvi, non sul Corriere, naturalmente, bensì in un libro appena uscito – l’inadeguatezza di gran parte delle élite economiche, abili a incassare ogni forma di prebende, a manovrare l’opinione pubblica con le campagne di stampa dei giornali controllati, o a incrociare conflitti d’interesse bancari senza più pudore (...) Questi petulanti, in intervista eterna, sono i poveri resti di un capitalismo senile e oppiaceo, che nutriva coi favori dello Stato le sue interminabili famiglie (...) A loro andrebbero tolti quegli indebiti nessi di potere con cui velano la loro inessenza». Su questa astuta compagnia di giro, che «dopo avere già tanto mal lucrato e nuociuto, per cinquant’anni, ha pure lasciato all’Italia i suoi eredi da nutrire», Alvi dà un giudizio inappellabile: «Va dimissionata: impedendole il possesso dei giornali, e ogni possibilità di influenzare i consigli di amministrazione delle banche».
Non voglio approfittare dei molti spunti che offre la lettura del bel libro di Geminello Alvi, Una Repubblica fondata sulle rendite. Ma basta quel poco che ho citato per rendersi conto del nodo che stringe al collo il nostro Paese e capire quante falsità ogni giorno vengano incartate con eleganza e snobismo sublime da una classe che vorrebbe essere dirigente e che invece è spesso solo trafficante. Aggiungo un dato: la pressione fiscale, in termini di imposte dirette sui redditi da lavoro dipendente, tra il 1996 e il 2001, periodo in cui regnarono Prodi, D’Alema e Amato, è passata dal 15 al 17,4%.
I governi delle sinistre, non quello di Berlusconi, hanno impoverito i lavoratori e solo l’ipocrisia sindacale, che è pari a quella di alcuni premiati economisti che scrivono sui grandi giornali, ha impedito di spiegarlo agli italiani. Quegli stessi premiati economisti che hanno taciuto di fronte a un Fazio che liquidava i soldi persi dai risparmiatori nei crac Parmalat, Cirio e Argentina definendoli «quattro spiccioli». All’epoca, invece di chiedere le dimissioni del governatore, rimasero in silenzio. Ma appena il risiko bancario riprese quota, i premiati economisti tornarono a rianimarsi sui loro giornali controllati dalle banche e allora sì, tutti a strillare che il governatore ciociaro doveva farsi più in là. Gli stessi non si sono mai peritati di dire che il governo di sinistra nel 2001 lasciò le casse vuote, con quasi 30 miliardi di extradeficit, ossia 2,5 punti del Prodotto interno lordo: con quei soldi – spesi da Amato e compagni per fare campagna elettorale – il governo di centrodestra avrebbe potuto completare l’intero programma delle opere pubbliche, avanzando pure qualcosa, parola di Luca Ricolfi, ascoltatissimo sociologo di sinistra.
Dunque, cari lettori, quella a cui stiamo assistendo non è una campagna elettorale all’americana: non bastano gli ingessati confronti tv per paragonarci agli Usa. E non è nemmeno un referendum tra Prodi e Berlusconi. Semplicemente si tratta di un voto in cui si sceglie tra oligarchi che vogliono continuare a ballare con la sinistra e far pagare allo Stato le spese dei propri valzer e una parte di Paese che le spese dei valzer è stanca di rimborsarli. Io, che abitualmente non indosso lo smoking, preferisco scegliere la seconda.