I vandali dell’energia eolica

In tempi di grande sfortuna per il governo, sarebbe vile non indicarne i meriti, ove vi siano. E allora si dica che, rispetto alle invettive di Floris e di Santoro, ha ragione Mastella, e che la sua azione disciplinare nei confronti di De Magistris non è una difesa della «casta», aggredita da un giudice eroe, ma è la conseguenza di una inchiesta corretta e fondata su prove certe di magistrati che hanno verificato l’operato velleitario ed irregolare del loro collega proponendone al ministro il trasferimento. Mastella ha agito su impulso di magistrati che Santoro avrebbe il dovere di rispettare quanto il magistrato che fa passare per vittima. Mettiamoci anche la retorica degli studenti che senza sapere nulla senza conoscere le carte, per pura emotività antipolitica, manifestano in favore dei De Magistris ed abbiamo il quadro completo della più disgustosa demagogia cui si accomoda una invereconda Tv di Stato. Ma non basta.
Il paradosso dei tempi, nonostante la diffusa opinione, che, anche a sinistra, gli fa preferire il destro Alemanno, ci impone di stare dalla parte di Alfonso Pecoraro Scanio. Come sarà? Nella bella Italia, e nella bellissima Sicilia, ma non per esempio sulle Dolomiti, difese dalla loro stessa gloria, crescono i fiori del male della più violenta devastazione ambientale, le orride pale eoliche imposte in nome dell’energia pulita in luoghi arcani come Segesta, intorno a Mineo, e con la minaccia di aggredire il territorio più integro d’Italia, intorno a Ragusa, ben peggio delle trivelle nel Val di Noto. Lupi mascherati da agnelli, vandali dall’aspetto civile sotto i marchi di Legambiente e di Greenpeace chiedono di continuare l’azione devastatrice del paesaggio contro due sacrosanti decreti che limitano la diffusione degli impianti eolici.
Pecoraro Scanio, meridionale, conosce lo scempio compiuto in Campania e in Molise, ha visto le povere colline intorno a Benevento aggredite da mostruosi falli a elica e ha provveduto con norme illuminate. Il decreto legge 252 del 16 agosto 2006, che, per tutelare gli animali selvatici e le specie a rischio vieta la realizzazione di parchi eolici nelle «zone a protezione speciale» (con un vincolo in più rispetto a tutti gli altri impianti), e il decreto legislativo del 12 settembre 2007 che istituisce, con grande saggezza, la valutazione di impatto ambientale nazionale, a evidente difesa della bella Italia, degli impianti eolici di potenza superiore ai 20 megawatt. Queste disposizioni pensate in difesa dei territori agricoli sono tanto più eccezionali e meritevoli perché sottraggono la competenza su una questione tanto delicata come il paesaggio tutelato dalla Costituzione alla valutazione delle singole regioni, molto più esposte ad accettare compromessi (e danaro) per autorizzare l’inaudita violenza di queste macchine insolenti. Immaginiamo Goethe, Berenshon, Antonio Cederna, Cesare Brandi e quanto hanno amato e difeso il paesaggio italiano, davanti a questa sistematica sottrazione di aura a luoghi incontaminati tanto più se remoti e poco conosciuti nelle regioni più povere soprattutto nel Mezzogiorno.
I nomi di questi grandi amici dell’Italia perduta dovrebbero garantire della intelligenza e della bontà delle indicazioni di Pecoraro Scanio, illuminate e rispettose della civiltà e della natura italiane. Contro di loro, contro la loro memoria (e facendoli rivoltare nella tomba) si schierano oggi Walter Canapini, presidente di Greenpeace, e Roberto Della Seta, presidente di Legambiente.
Cosa hanno fatto questi ultimi, di degno di memoria, in difesa dell’Italia? Con quale autorità chiedono di sconsacrare, di sfigurare, di distruggere ciò che miracolosamente fino ad oggi è stato preservato? Pecoraro Scanio, con le norme sopra indicate, ha dato un segnale importante contro i particolarismi, gli egoismi, e le speculazioni con l’alibi dell’energia pulita. Qual è invece l’interesse di produttori di pale eoliche nel devastare l’Italia, senza sensibilità estetica e senza scrupoli?
Vittorio Sgarbi