I vecchi cavalli di razza nel Pd sono tutti zoppi

Carissimo Granzotto, ritengo che ormai si possa affermare che Walter Veltroni abbia in mano il timone del Pd e che lo regga con molta fermezza. Senza dubbio questa si sta rivelando la sua personale campagna elettorale, dal momento che tutti gli altri più che protagonisti appaiono semplici comparse. Mi chiedo e le chiedo, che ne sarà di Prodi, Fassino, D’Alema e Rutelli, per nominare i «cavalli di razza», evitando di chiedersi lo stesso sulla Bindi, sul suo beniamino Castagnetti o su Letta Minor?

Franco Novelli e-mail


Tutta gente che mastica amaro, caro Novelli, tutta gente precipitata dalle stelle alle stalle, si fa per dire. Certo che quel Veltroni lì è uno di quelli che non fa prigionieri, almeno così sembra. Il povero Fassino spedito a 9mila chilometri di distanza, in Cambogia, a farsi divorare dalle zanzare. D’Alema comandato a presentarsi - oltre che nel suo placido feudo della Puglia - in Campania, per far dimenticare, esibendo la sua, la faccia di Bassolino. Impresa che potrà aver successo solo se a metterci una mano sarà San Gennaro, con uno dei suoi strepitosi miracoli. Anche perché D’Alema un gran da fare non se lo dà certamente. Ha ben altro per la testa. Politico, come direbbe Sarkozy, de brousse et de rivière, egli sa d’aver poco spazio di movimento dentro e fuori il loft. Sì, magari un dicasterello ci scappa, ma da gestire all’ombra e agli ordini del compagno Walter, di pasta ben diversa da quella frolla di Prodi. Col quale D’Alema è in concorrenza, almeno così si bisbiglia nei corridoi del Palazzo. Entrambi corrono infatti per un incarico internazionale di prestigio che li tenga (e li mantenga, occorre dirlo?) per qualche anno fuori dal giro domestico. Così è, caro Novelli, Prodi e D’Alema sono in lizza per la carica di Alto (noti l’alto) rappresentante per la politica estera, una specie di comunitario superministro degli Esteri con molte pompe e nulli poteri, se non quello di rappresentare, nei consessi internazionali, l’Ue. Di figurare nelle così dette foto di famiglia. Però di gran prestigio, che è quello che piace a due personaggi, la cui padronanza della materia è inversamente proporzionale alla loro boria. (Parentesi: Carlo Panella racconta di un accidente capitato a D’Alema qualche settimana fa. Nel corso di un incontro fra le delegazioni italiana e israeliana, il nostro ministro degli Esteri, che stava tenendo una saccente lezioncina su cosa doveva o non doveva fare Israele per assicurare la pace in Medio Oriente, venne interrotto dalla sua omologa Tzipi Livni. La quale, battendo l’indice sull’orologio che aveva al polso, così si espresse: «Mi scusi, ma io ho soltanto un quarto d’ora da dedicarle. Mi dica perciò cosa pensa e lo dica in modo conciso. Per favore». Mi spiace per Prodi, ma a uno così il posto di rappresentante - alto, mi raccomando - della sbrindellata Europa spetta, oserei dire, di diritto. Chiusa parentesi). Chi resta, dei cavalli di razza? Ah, sì, Rutelli. Be’, come ho più volte ripetuto, Rutelli mi è simpatico. Mi piace il suo modo un po’ scanzonato di intendere la politica e il fatto che non provenga dalle parrocchie democristiana o comunista. Anch’egli la vede grigia, con un Veltroni ben deciso a far dimostrare chi è che comanda, per cui preferisce togliersi di mezzo (ri)candidandosi a sindaco di Roma. Per Rutelli potrei anche, forse, chissà, fare un corno (un cornettino amministrativo, locale: robetta da niente) al Cavaliere, ma il problema non si pone perché non sono più iscritto alle liste elettorali della capitale. E con questo lo spazio è finito, caro Novelli. Di quella castagnetta della Bindi e di quel bindo di Castagnetti parleremo un’altra volta.