I vecchi compagni: «Piero credente? Strano»

Luca Telese

da Roma

«Sono credente», dice Piero Fassino, e aggiunge: «Si tratta di un fatto assolutamente personale, privato, non ne ho mai fatto manifestazione pubblica o politica, perché sarebbe del tutto inopportuno e improprio, appunto per il rispetto che ho per la fede e le mie convinzioni». Giusto, giustissimo. Così come è ovvio, retroattivamente, che nel disegnare questo profilo, Fassino faccia risalire questa fede alla propria formazione scolastica: «Sono stato per 9 anni allievo dei Gesuiti a Torino e questo mi ha consentito di rafforzare la mia fede religiosa». Altrettanto giusto.
Ma siccome le pubbliche dichiarazioni dissolvono per un leader il carattere privato delle scelte individuali, è ancora più interessante partire da queste frasi per un piccolo viaggio nel passato, uno scavo nella storia pubblica del segretario dei Ds. Se non altro perché Fassino è cresciuto a Torino negli anni Settanta, ovvero nel Pci più vicino alla laicità: da un lato, per via azionista ed einaudiana, dall’altro per l’illuminismo leninista e operaio. C’erano in quella Torino grandi atei comunisti come Giancarlo Pajetta o Celeste Negarville, e una piccola minoranza di cattolici comunisti come Adolfo Occhetto, padre di Achille (che però Fassino non frequentava).
Il giovane Piero, che nella sua autobiografia (Per Passione, Rizzoli 2003) non fa alcun cenno alla fede, era cresciuto nel magma ribollente del partito operaio e nel cenacolo raffinato di Nuova società, la rivista diretta da un futuro sindaco come Diego Novelli e da un intellettuale brillante come Saverio Vertone. Oggi Vertone, interrogato sul suo ex allievo, casca dalle nuvole, e sembra persino un po’ seccato: «Fassino cattolico? Guardi, non ne so proprio nulla». Così come Diego Novelli, ex sindaco della città, che ebbe il piacere di celebrare il suo matrimonio, ovviamente in Comune: «Fui io a sentire il suo sì per Marina Cassi, una delle compagne più affascinanti della federazione: non l’ho mai sentito parlare di fede». Adalberto Minucci, pilastro del gruppo dirigente berlingueriano, fu il talent scout che fece materialmente la tessera a Fassino. Anche lui, con grandissimo rispetto, si dice sorpreso dell’intervista di Fassino a Barbara Palombelli: «Non ne sapevo nulla, che Piero fosse cattolico l’ho scoperto ieri leggendo i giornali». Insomma, una scelta così privata da essere sconosciuta a tutti quelli che gli stavano vicino. A Torino i compagni ricordano il suo impegno organizzativo nei referendum sul divorzio e sull’aborto, e persino l’ex moglie Marina, che in vent’anni non ha mai accettato di fare pettegolezzi su di lui, resta sorpresa dalle sue parole: «Posso dire solo quel che riguarda anche me. La domenica mattina non è mai andato a una messa, andavamo piuttosto a diffondere l’Unità. Ci siamo sposati in Comune, e non ci è mai passato nemmeno per la testa di farlo in chiesa, con rito religioso. Eravamo due ragazzi di sinistra che vivevano la religione come una dimensione molta lontana dalle loro vite, come quasi tutti i coetanei di quella generazione negli anni ’70. Va detto, però, che Piero ha mantenuto, nel tempo, dei rapporti molto affettuosi con i suoi ex professori della scuola gesuitica». La Cassi non dice di più, per una legittima discrezione. Anche Giuliano Ferrara è rispettoso: «Non entro nelle sue scelte. Certo la domenica andava a comiziare a Porta Palazzo, non in chiesa». E un’altra amica dei tempi di Nuova Società, Stefania Miretti, aggiunge: «Fra noi c’era solo una cattolica, che parlava della sua fede e la testimoniava, Livia Turco: da Piero non ho mai sentito una parola. Chissà, forse si è convertito in questi ultimissimi anni». L’Italia è così: il Polo dei divorziati e l’Unione dei convertiti.