I vecchi leoni sono ancora l’Oxford del rock

nostro inviato a Madrid
Se poi improvvisamente si spegne l’audio, così per un pasticcio tecnico, e il gruppo rimane senza voce e avvilito nel bel mezzo di un concertone di ormoni e nostalgia, allora c’è un solo modo per tranquillizzarlo: continuare a cantare al posto suo. Cantare per un minuto, due, tre proprio quel ritornello che iniziò l’autoanalisi degli anni Settanta, Who are you, chi sei tu?, e che oggi, dopo trent’anni e passa, ha trovato un’altra risposta. Gli Who sono i più bravi, sissignore, e restano i più bravi anche se sono a metà perché Keith Moon è schiantato nel 1978 e John Entwistle nel 2002. Nessun rockettaro della generazione che «voleva morire prima di invecchiare» oggi suona così bene sul palco, nessuno è più così nitido e pazienza se mercoledì alla prima del tour mondiale a Lisbona erano stati in pochi ad accorgersene (ma l’11 giugno all’Arena di Verona ci sarà la coda).
Infatti l’altra sera al Palacio de los Deportes di Madrid i diecimila del pubblico sono entrati caldi davanti al palco grande e asciutto e se ne sono andati bollenti, convinti che Baba O’Riley o Kids are alright siano grandi canzoni, d’accordo, ma che ora abbiano trovato una ragione in più per farsi cantare: sono senza tempo, piacciono anche ai ventenni nati quando Keith Moon era già morto, ai ragazzetti con la tshirt dei Metallica o dei Korn che qui non se l’aspettavano un muro del suono così massiccio, nessuno sfilacciamento, zero sbavature, una roba da Oxford del rock sin da quando I can’t explain accende gli schermi e lascia uscire la band dai camerini della storia.
Gli Who in autunno hanno pubblicato un nuovo cd dopo 24 anni, Endless wire, che è bello perché è vivo, è suonato come non si fa più e soprattutto ansima di passione, della passione che può rimanere a due musicisti che erano già divinità del rock quando i genitori di Robbie Williams o di Justin Timberlake nemmeno si erano ancora conosciuti. Di Roger Daltrey si sa: la voce perbacco, ma nient’altro, salvo il suo solito giochetto da majorette con il filo del microfono. E anche di Pete Townshend si sa tutto, a parte la barbetta grigia e qualche ruga di dolore, è geniale e identico da quando sfasciò la prima chitarra al Marquee Club di Londra e ancora oggi tratta la sua Fender rossa come se fosse la prima donna, possedendola e maltrattandola per eccesso d’amore e chissà come fa, a 62 anni stravissuti, a roteare il braccio destro così velocemente, tenendo il plettro tra le dita e il pubblico in mano. «Continuo a ripetere che spero di morire prima di diventare vecchio perché non sono ancora invecchiato» conferma sempre lui così allampanato, così esaltato quando inizia a pizzicare gli accordi di My generation che è il loro inno e quello di un’epoca che non riesce a finire. Quando arrivarono gli Who, nel 1962 (prima si chiamavano Detours o High Numbers ma al loro annuncio nei locali il pubblico si chiedeva «who?» chi?, e allora per ironia la band assunse quel nome, Who), loro erano «maximum rhythm’n’blues», casinisti insomma, poi divennero i portabandiera dei mods: inventarono una rock opera, Tommy, scoppiarono di vizi, furono i primi psicanalisti del rock perché dopo un po’ il volume così alto spinge a scendere in basso, sempre più in basso fino al centro dell’anima. Who’s next, chi è il prossimo.
«Ci è capitato un pasticcio» dice Roger Daltrey rientrando sul palco dopo il mutismo dell’amplificazione e l’assolo del pubblico. Pete Townshend reinfila il jack nella chitarra, zut!, e corrono i riff di Behind blue lines, The real me (che è un pugno in faccia tanto è potente), Pinball wizard e Won’t get fooled again, corre la mostruosa batteria di Zak Starkey - il figlio di Ringo Starr che suona molto meglio del padre - e s’accavallano le belle immagini sugli schermi in alto, così belle che nessuno le segue se non quando, dopo due ore mentre sgocciola via T and theatre, Pete Townshend e Roger Daltrey se ne vanno, tutto si spegne e vien voglia di alzare gli occhi al cielo perché si pensa ma accidenti è già finito?