I verbali Consorte e Donigaglia

Patricia Tagliaferri

Di qua Giovanni Donigaglia, l’uomo che s’è sempre immolato per il partito di Botteghe Oscure ai tempi di Tangentopoli e che oggi è alla sbarra per il fallimento della Coopcostruttori di Argenta di cui è stato presidente fino al naufragio. Di là Giovanni Consorte, ex presidente di Unipol, «colpevole» di aver lasciato affondare la più grande coop rossa e di aver mandato sul lastrico migliaia di dipendenti e risparmiatori. Nell’aula del tribunale di Ferrara, il 28 ottobre, i due nemici faccia a faccia. Consorte respinge le accuse e rivela il tiepido tentativo del partito, almeno all’inizio, di dare ossigeno all’azienda in agonia: «Una volta, a un convegno, l’onorevole D’Alema mi chiese come era messa la Coopcostruttori di Argenta e io gli risposi di non saperlo e che avevamo fatto un intervento tempo addietro ma che non l’avevamo più seguita. Non c’è stata nessuna pressione. Direi che ho avuto molte più sollecitazioni, successivamente, quando la cooperativa entrò nella Prodi bis per il discorso dei soci. E ne ho avute anche da Fassino (nella foto) ricordo, da Montanari e anche dalla Lega, Un po’ da tutti».
Nei fatti, però, la coop di Argenta viene abbandonata a se stessa a vantaggio della coop gemella Cmc di Ravenna, messa altrettanto male, che Consorte riesce a salvare. L’ex numero uno di Unipol nega favoritismi. Spiega perché la finanziaria Finec non intervenne né prima né a ridosso del crac: «Per le nostre valutazioni, la situazione era drammatica dal punto di vista finanziario e patrimoniale. Ci venne chiesto di esaminare la situazione economica dalla lega delle coop(...). C’era un indebitamento di oltre 240 milioni (...) quattro volte il patrimonio netto rettificato». Si pensò a come intervenire, si studiò il da farsi, «ma era la storia di una morte annunciata» e per questo si evitò «un intervento al buio» anche quando la Lega Coop pensò di intraprendere la strada del finanziamento da 30 milioni, il cosiddetto «piano Cofiri» avallato dalle assicurazioni. Consorte vedeva nero già nel ’97 («dicemmo che entro due o tre anni la cooperativa si sarebbe avvitata su se stessa per i debiti») al contrario di Donigaglia «che sosteneva come la situazione della coop fosse assolutamente gestibile».
In aula Donigaglia non cede rispetto a quanto raccontato nella precedente udienza («è Consorte l’uomo che mi ha ammazzato più di tutti, che ha ammazzato tutti noi, è lui la bestia nera»). Parte da lontano, il presidente-imputato. Da quando in piena Tangentopoli viene avvertito al telefono che l’indagato Pizzarotti aveva visto sul tavolo di Di Pietro il suo mandato d’arresto. «Vuole sapere (Di Pietro, ndr) se dai tangenti al Pci», mi dissero dal partito. Donigaglia scomoda l’ex segretario amministrativo Marcello Stefanini, che si preoccupava di ricordargli di dire la «verità», e cioè che i soldi al partito erano un finanziamento lecito. Per Donigaglia c’era «un impegno politico» a tutto tondo del Pds. Il presidente del collegio Francesco Caruso si incuriosisce: «Ci vuole dire che lei ha la copertura del partito per le vicende della società per questa posizione che assume in Tangentopoli?». Donigaglia risponde a tono: «Il partito ha detto “devi dire la verità e difendere”. E io: “Ma andiamo in crisi, guardate io vado via, mi dimetto”». Il partito dice di no: «Devi restare lì perché se vai via diamo ragione a chi ti perseguita e ti dimostri colpevole. Altro che tu non hai fatto niente». Questo era l’impegno, ribadisce Donigaglia: «C’era la decisione politica della lega di aiutare le 6-7 coop coinvolte in Tangentopoli». Attraverso Panorama, tempo fa, il padrone di Argenta mandò un messaggio ai vecchi compagni del Pds: «Sapesse quanti compagni sono venuti a trovarmi in cella per accertarsi che non mi lasciassi sfuggire mezza parola...». L’impegno del Pci-Pds al salvataggio non verrà rispettato. Anche se, all’inizio, nonostante i debiti, i segnali di un aiuto per scongiurare il crac sembravano incoraggianti. Ma durarono poco. Donigaglia si incontrò (e si scontrò subito) con Consorte, dopodiché chiese aiuto alla lega della coop, quindi andò a Roma, alla presidenza del Consiglio (premier D’Alema) dove gli garantirono un intervento a favore della coop. Si pensava a un piano di ristrutturazione ma, gira e rigira, dice Donigaglia in aula, alla sua coop non ci penserà più nessuno. Discorso diverso per la Cmc di Ravenna che venne aiutata «nonostante avesse un indice di alta probabilità di fallimento (...). Noi fino al 2001 avevamo un bilancio con gli indici strutturali migliori. Quindi non è vero che noi avessimo un indebitamente superiore (...). Il loro era di 497 miliardi, il nostro di 425. L’azienda poteva essere salvata...».