I verbali dell’inchiesta

Un file prezioso, portato ad Arcore come fosse oro, incenso o mirra. E 500mila euro che Roberto Raffaelli, amministratore della Rcs, Research control system, dà a Fabrizio Favata, controversa figura con alle spalle guai giudiziari, per favorire «le prospettive di espansione di Rcs sul mercato estero». È un’inchiesta che si divide in due quella aperta dalla Procura di Milano sul famoso nastro contenente la telefonata fra Piero Fassino e Giovanni Consorte. Pochi giorni dopo, quella conversazione finisce in pagina e il Giornale firma uno scoop clamoroso. Ma che fine fanno quei 500mila euro? Raffaelli è convinto che Favata li abbia dati proprio all’editore del Giornale, Paolo Berlusconi, per svolgere quel difficile compito di lobbyng «attraverso canali istituzionali». E, a quanto pare, la Procura condivide questa impostazione: l’imprenditore milanese è infatti indagato per rivelazione di segreto d’ufficio, nel primo filone, e per ricettazione e millantato credito, nel secondo. In poche parole: Berlusconi avrebbe preso quei soldi, reperiti attraverso un giro di fatture false da Eugenio Petessi, amico di Raffaelli, ma poi non avrebbe svolto il pressing necessario per aiutare Rcs.
I verbali di alcuni dei protagonisti di questo torbido affare paiono però aprire un’altra prospettiva: il triangolo non si chiude, è Favata a tenersi il malloppo. Anzi, Paolo Berlusconi sa poco o nulla di quello che avviene alle sue spalle; a lui, come ha confessato Raffaelli, arriva solo la celeberrima intercettazione. È Raffaelli a mettere in evidenza, nei suoi interrogatori, il ruolo di dominus che Favata svolge in tutta questa storia: «Nell’incontro di ottobre e in parte anche nel primo di dicembre, Paolo Berlusconi mi ha sempre parlato della sua attività in favore di Rcs in modo abbastanza vago, senza cioè mai riferire di attività specifiche concrete da lui svolte, né io del resto gli ho mai fatto domande specifiche al riguardo, anche perché Favata, al di fuori degli incontri con Berlusconi, mi informava invece in modo assiduo e puntuale in ordine a presunte attività svolte da Berlusconi al fine di giungere alla conclusione dell’affare, o meglio Favata mi forniva sempre delle giustificazioni per spiegare per quali ragioni la conclusione dell’affare continuava a non essere in vista». Insomma, par di capire che Paolo Berlusconi parli degli ipotetici business di Rcs per pura cortesia. Senza entrare nel merito. E senza prendere alcun impegno. È invece Favata, che certo è riuscito ad intrufolarsi nel giro del fratello del premier fino a diventarne socio nella IP Time, a costruire scenari immaginari. A disegnare fantomatici rapporti e ricadute economiche del tutto inesistenti, soprattutto, a spendere di continuo come moneta pregiata il nome dell’editore del Giornale. Per mesi e mesi, sempre nel fatidico 2005, Raffaelli sbatte la testa contro il muro. A novembre incontra anche Valentino Valentini, potente collaboratore di Silvio Berlusconi, ma ancora una volta il risultato è un buco nell’acqua: «Valentini, che del resto mi aveva già dato l’impressione di non voler far nulla di concreto per favorire Rcs, né di essersi veramente informato al ministero degli Esteri sullo stato della trattativa, mi disse che per l’affare della Romania vi erano poche speranze dato che i rapporti fra i due paesi erano notoriamente freddi».
I conti non tornano: «Paolo Berlusconi - ironizza Raffaelli al pm - prende i soldi e non lavora... Non fa una mazza e prende ancora i soldi?». Ma è andata davvero così? Petessi non lo crede e lo dice apertamente ai pm: «Con riguardo alla somma di 40mila euro al mese, preciso che Favata mi chiedeva di consegnargliela in contanti a Milano in via Negri o in piazza della Borsa, dove vi è l’ufficio di Paolo Berlusconi presso il Giornale, asserendo che avrebbe consegnato la somma in questione proprio a Paolo Berlusconi, per avere in cambio il suo intervento per allacciare rapporti d’affari con altri soggetti... ma io ho avuto l’impressione che in realtà Favata non consegnasse affatto alla persona suddetta il denaro in questione, anche perché avendogli io in più occasioni chiesto di farmi entrare con lui per conoscere Paolo Berlusconi, Favata si è sempre rifiutato».
Toccherà alla procura dipanare la matassa. Ma sembra andare nella stessa direzione anche un accenno, forse l’unico, che Paolo Berlusconi fa - nell’arco delle centinaia di telefonate intercettate dai pm - alla vicenda: «Paolo - si legge sul brogliaccio della polizia giudiziaria - dice al suo interlocutore di essere sotto attacco per un uomo che ha detto di aver chiesto delle tangenti per 560mila euro che gli avrebbe girato, ma che lui non ha mai visto un soldo».