"I veri affari si fanno con i tumori. Specie ai polmoni"

I discorsi tra i medici della Santa Rita sono crudeli: conta il numero, bisogna riempire le sale per fare soldi, anche se l’intervento non serve

Milano - È la logica a fare impressione. È che della deontologia non c’è traccia. Una parola basta a capire. «Investimento». Così dicono, al telefono, i medici della clinica Santa Rita arrestati lunedì. Sui pazienti bisogna «investire», perché le malattie sono una forma di ricchezza. E più è grave la patologia, più il denaro si moltiplica. Nuove intercettazioni, allegate agli atti dell’inchiesta della procura di Milano.

I TUMORI? UN AFFARE
Quel che conta è il numero. L’importante, è «riempire le sale operatorie». Il 26 novembre 2007, il dottor Brega Massone («U») discute con tale Aldo. Il medico spiega che gli affari si fanno con i tumori.
U: «Noi stavamo operando troppo, io sono arrivato a fare cinquecento casi. In un anno. Quindi funzionavo alla grandissima».
I: «Capisco \. Poi bisogna vedere se vale la pena».
U: «No, sai qual è il problema? Il problema secondo me è che dovresti cercare su qualcuno che ha principalmente una patologia oncologica, non so, qualcosa tipo sulla mammella eccetera, o avere qualcuno di senologia che vi mandi i tumori».
I: «Eh».
U: «Perché quelli... se vuoi ne possiamo parlare con calma... io ti dico ero arrivato a fargli a questa clinica un fatturato l’anno scorso di tre milioni di euro con la chirurgia toracica, ma in mezzo c’erano un sacco di mammelle, perché io faccio ancora due volte alla settimana l’ambulatorio di senologia, per cui sono sempre in giro per riempire sale operatorie».

CLASSE DI FERRO
Capita che un intervento non vada a buon fine. E, se il paziente è anziano, capita anche più spesso. Con un po’ di fatalismo, il senso di colpa scompare. Il medico Scarponi (la «macchina da guerra», «U»), ne discute con un collega («I») l’11 marzo di quest’anno.
I: «Il figlio è incazzato come una bestia, ah! Perché praticamente ha visto l’evoluzione della cosa e per quale motivo il padre se n’è andato in arresto (cardiaco, ndr)».
U: «E va bene, e quanti anni ha?».
I: «È anziano sugli ottant’anni, ottanta e passa, ha fatto la campagna di Russia quest’uomo».
U: «Ho capito, ma secondo te tutti devono vivere centovent’anni?».
I: «No, assolutamente no».

IL SUO PIEDE SINISTRO
Un tendine «tibiale anteriore» destro impiantato al posto di quello «rotuleo» sinistro. Così, perché il paziente era ormai in sala operatoria. Il 6 febbraio di quest’anno, ne parlano la dottoressa Arabella Galasso (uno dei medici indagati, «U») e una collega («I»).
U: «Ciao gioia, senti abbiamo un casino... ».
I: «Allora, ma non gliel’avete poi messo il tendine?».
U: «Sì, no no quello di ieri non era nostro... ».
I: «Ah non era suo?».
U: «Oggi l’abbiamo ritirato».
I: «Ah, non era il medico quello che si era rotto!».
U: «Il medico che si è rotto l’abbiamo operato oggi, so che ieri ti hanno restituito un tendine. Ma non era roba nostra».
I: «E di chi era?».
U: «Non era della mia équipe, non so dirti chi l’ha ordinato e l’ha rimandato indietro. Senti abbiamo un problema sul tendine di oggi. Perché voi mi avete mandato questo emitendine rotuleo con tutto il certificato di idoneità e il codice del donatore, la data di nascita, di morte, gruppo sanguigno. Peccato che la busta che m’avete mandato è un tendine tibiale anteriore. Nato in una data diversa da questo qua, cioè non corrisponde. Noi abbiamo dovuto usare il tibiale purtroppo perché ormai il paziente era aperto».

L’UOMO RADIOATTIVO
Il dottor Marco Pansera (arrestato, «U») discute con un secondo medico («I») di esami e radiografie fatte da Brega. Una lastra non si rifiuta mai. Specialmente se, ogni volta, sono ottanta euro.
I: «E poi insomma, tutte queste tac fatte, rifatte, minchia, ma a questo ragazzo gli sta facendo fare la tac ogni tre mesi, dio santo, Marco!».
U: «Lo so benissimo».
I: «C’ha trentaquattro anni, fai fare la Tac ogni tre mesi? Ma cosa lo irradi per che cosa?».
U: «Ma è assurdo, scusa, io faccio fare la Tac perché sono scrupoloso una volta all’anno, uno e mezzo, al mio papà perché ha fatto due tumori al polmone e alla prostata».
I: «Quello è giusto».
U: «Sì, sì, lui una tac non la nega a nessuno».

LA PESCA DEL POLMONE
Operare conviene. A chi opera. Quindi, la caccia ai pazienti è una regola d’oro. Ne parlano Brega («U») e Merlano («I») il 18 ottobre dell’anno scorso. Sono passate da poco le 22.30.
U: «Io ero l’unico che aveva pazienti, capito?».
I: «Cioè, tu pescavi dall’Oltrepò pavese?».
U: «Ma io pescavo dappertutto, da Lodi, dove tiravo fuori le mammelle, poi ho cominciato a pescare anche i polmoni dall’Oltrepò pavese, da Pavia, da Milano ormai perché comunque tutti i miei ex pazienti in istituto mi seguono e ancora adesso. Oggi ce ne sono 23 a Pavia di pazienti che venivano lì a far le visite, continuano a telefonarmi e mi dicono anche a pagamento noi veniamo da lei. Quindi voglio dire, cioè, io avevo ormai un giro che mi ero creato con il mio modo di fare».
Un’altra telefonata, ancora un po’ di aritmetica. Brega parla di un collega.
U: «Massimo, gli ho visto fare sette pazienti ma neanche tutti polmoni... Sette, non so se tu prendi 800 euro per polmone, 7 per 8 fa 5.600 euro lordi».

CONSENSO DISINFORMATO
Il paziente non deve sapere. O, meglio, è bene che sappia quello che ai medici basta. Brega («U») e Pansera («I») ne parlano il 31 ottobre dell’anno scorso.
U: «Cerchiamo di avere tutto in mano, tu sei riuscito a chiamare qualcuno?».
I: «Ho trovato la R. molto disponibile e lunedì mattina verrebbe in reparto a portarci la... ».
U: «Guarda che questo ci salva il culo a tutti, perché la mia paura è che loro potessero metterci contro i pazienti».
I: «Certo, ho capito».
U: «Ecco e le fai firmare una lettera in cui lei era d’accordo sulle indicazioni chirurgiche e le indicazioni chirurgiche sono state spiegate bene».

IL GIRO CHE CONTA
Guai a perdere il «treno» della sanità. Se esci dal giro, è difficile rientrare. Brega («U») e Pansera («I»), ottobre 2007.
U: «Qui si tratta di mettere a posto la nostra immagine \: qual è il problema?».
I: «Io non posso permettermi di stare a lungo fuori da... Chiaramente un minimo di giro economico perché non posso».

L’ANCORA POLITICA
Brega è alle corde. Con tale Franca, ipotizza un «sos» politico. La conversazione è datata 9 ottobre 2007.
U: «Loro presenteranno un memoriale di difesa perché è ovvio, dopodiché che possa essere accettato o no però dimostrerà che la colpa è molto più lieve di quello che anzi cioè tutti dicono che il provvedimento è esagerato cioè è esagerato perché è una cosa politica per rompermi i coglioni allora se si riesce tramite Alleanza nazionale mi han parlato di La Russa cioè che sia l’unico che possa intervenire su questo Mobilia per ammorbidire la situazione».
Ancora, manie di persecuzione.
U: «È un attacco personale visto il fatto che io ho 42 anni, sono il più giovane chirurgo e c’è qualcuno a cui dà fastidio. Evidentemente quella posizione dà fastidio... cioè, San Raffaele, che è pur sempre l’ospedale di Berlusconi».

LA BARCA AFFONDA
E quando l’inchiesta della procura è ormai in fase avanzata, la preoccupazione è una sola. Così parlò il dottor Brega.
U: «Vabbè, adesso vediamo solo di salvarci noi senza fare altri casini».