Ma i veri mattatori sono Buffon e Dida

Gigi solita sicurezza: «Ma non siamo da scudetto». Il brasiliano va in crescendo

Da una parte quello che è considerato il miglior portiere del mondo; dall’altra quello che fino a qualche anno fa veniva osannato come il più grande di tutti. Da una parte, sempre la stessa, il non troppo oscuro oggetto del desiderio che chiunque vorrebbe, costi quel che costi, Berlusconi e Moratti in testa: Gianluigi Buffon, tanto per intenderci. A 105 metri da lui, il brasiliano Dida che, tra una papera e l’altra, continua a vestire il rossonero creando non pochi dubbi tra i tifosi.
Sono loro i grandi attesi (e alla fine i protagonisti veri) del match clou della 14ª giornata, la partita che, negli ultimi 15 anni, è stata la partitissima del campionato, per i tanti successi dei due club che in Italia si dividevano a turno gli scudetti. Ma erano altri tempi, quelli, quando la triade Bettega-Moggi-Giraudo flirtava con Adriano Galliani, mentre l’arrivo dirompente di «calciopoli» un anno fa ha rimescolato tutte le carte.
Cose che comunque non hanno toccato né Buffon né Dida perché loro, indifferenti a tutto quanto accadeva, hanno solo pensato a non far entrare palloni nella propria porta. A dir la verità, però, Buffon un pensierino l’aveva fatto: andare via come Cannavaro, Emerson, Zambrotta, Thuram, Vieira, Ibrahimovic, Mutu. Ma poi sui soldi ha prevalso l’amore per la maglia, l’orgoglio di riportare la Juventus, sprofondata negli inferi della cadetteria, alla massima categoria e la sfida successiva, arrivare in Europa. Vincere lo scudetto forse è troppo, per questa Juve, ma con un portiere così tutto è possibile.
Perché è stato Buffon a opporsi con la maestria che gli è ben nota alle bordate di Kakà, Pirlo e Inzaghi. È stato ancora il signor Seredova a dare sicurezza alla difesa, spronando Chiellini e Legrottaglie per non dare spazio a Kakà, calmando i bollenti ardori di Zebina, rilanciando lungo per le sgroppate di Nedved e Iaquinta. Perché il suo intervento al 5’ della ripresa sul neo pallone d’oro sa di straordinario, così come il tiro respinto a Inzaghi al 25’ e la, per tanti, facile parata sulla punizione dalla lunga distanza di Pirlo al 14’. Ma quelli che conoscono il veleno che c’è nelle traiettorie del centrocampista rossonero, si sono spellati le mani per l’intervento del portierone juventino.
Tutti entusiasti meno il diretto interessato. «Io non sono mai contento delle mie prestazioni», l’affermazione a sorpresa di Buffon a fine gara. «Gioisco solo quando usciamo dal campo con i tre punti, il resto non m’interessa». Ma poi si lascia andare: «Questa era una partita particolare, ci siamo fatti trovare pronti e abbiamo fatto un’ottima prestazione. Con la nostra determinazione e grinta abbiamo imparato a farci rispettare e ora tutti ci temono e sanno che la Juventus è ritornata. E, con questa mentalità, sono convinto che otterremo risultati importanti. Lo scudetto? Non è cosa per noi». Poi un pensierino a Kakà lo riserva: «Il suo pallone d’oro è meritato, ma noi siamo riusciti ad arginarlo». Dida lo guarda, lo saluta, non sorride (quando mai qualcuno ha visto il brasiliano sorridere?) e va avanti per la sua strada. Non è più il numero uno del mondo, anche lui lo sa; nella Seleçao è stato scavalcato dall’interista Julio Cesar e sul pianeta terra il Buffon di questi chiari di luna appare lontano anni luce. E sembrava il solito Dida quello che dopo appena 12 minuti ha dovuto ringraziare il palo alla sua sinistra che, col portiere battuto, ha respinto il destro devastante di Trezeguet. Ma poi Dida s’è ripreso, nel secondo tempo s’è opposto da campione a un tiro di Salihamidzic e ha bloccato a terra una pericolosa punizione di Iaquinta. E, in cuor suo, Dida ha sorriso perché è stato lui il migliore del Milan. Malgrado Buffon e malgrado i tanti che non lo stimano.