I veri pezzi da museo? I sovrintendenti che dicono sempre "no"

Negano i prestiti e non accettano che l'arte sia anche un business. Come dimostra il caso dei Bronzi di Riace. Far viaggiare i capolavoro non è affatto pericoloso. E porterebbe all'Italia pubblicità e soldi

Prendo in prestito un’arguta definizione di Philippe Daverio. Il motto del sovrintendente è il seguente: «Nego Ergo Sum». Non c’è infatti nel mondo dei Beni culturali italiani figura più conservatrice e oppositiva, per principi astrusi, alla libera circolazione delle opere d’arte che dove sono, lì devono rimanere. Il principio cui si appella è una fantomatica difficoltà di trasportare quadri, sculture e oggetti che sarebbero delicatissimi, dimenticando che se sono sopravvissuti per così tanto tempo, quando nessuno si preoccupava di assisterli come neonati, è proprio per la robustezza intrinseca che li ha visti in passato sopportare viaggi davvero perigliosi.
Tentare di farsi prestare delle opere antiche o moderne dai nostri musei pubblici è impresa che scoraggia chiunque, e meno male che in Italia esiste un eccellente collezionismo privato, duttile e disponibile. Attanaglia la questione burocratica: le richieste vanno indirizzate dai quattro ai sei mesi prima, salvo poi scoprire che le fantomatiche commissioni incaricate di vagliare le proposte si radunano in tempi biblici, dove comunque è sempre il sovrintendente la figura di riferimento, lui che emette il parere, quasi sempre negativo motivandolo con le solite formulette prestampate. Neppure in tempi di crisi, quando diversi musei sono costretti a ridurre le attività o chiudere alcune sale espositive, si riesce a ottenere una mentalità più fluida. Le collezioni comunque non si spostano, anche se il loro unico destino è quello di prendere polvere, lontano da occhi indiscreti (leggi spettatori paganti) che altrove potrebbe godere di capolavori italiani, versando giustamente il loro obolo tramite un biglietto d’ingresso.
Polvere è l’esatto sinonimo di conservatore. Il classico laureato in Storia dell’arte (all’80% donna non più giovanissima e senza figli), al meglio ricercatore preparato e studioso d’eccellenza che vede come il fumo negli occhi qualsiasi possibilità che la cultura possa diventare «anche» una forma di reddito. Se altri vogliono godere dei loro capolavori, si mettano in viaggio per improbabili pinacoteche e musei di archeologia del Bel Paese, sperando di trovarli aperti e funzionali, comunque guardati male da custodi per i quali lo spettatore corrisponde sempre a fastidio e una minaccia.
Lungi da chiunque sia dotato del minimo sindacale di buon senso, supporre che un’opera d’arte di pregio venga trasportata come un collo indifferenziato da un corriere. Sarà forse questo l’intimo timore del sovrintendente archeologo della Calabria, Simonetta Bonomi, che ha pronunciato un prevedibile «niet» alla proposta di Mario Resca, direttore generale per la Valorizzazione del patrimonio culturale del ministero, che suggerisce di mandare i Bronzi di Riace in tournée internazionale. Ritrovate casualmente nel 1972 a 8 metri di profondità al largo del Mar Jonio, le due statue costituiscono l’ultima sorprendente scoperta dell’archeologia della Magna Grecia. Molto visitate negli anni immediatamente successivi il rinvenimento, starebbero secondo Resca a prendere polvere a Reggio Calabria, quando invece potrebbero diventare ambasciatori della cultura italiana nel mondo, viaggiando dall’Europa all’America, dal Giappone alla Cina. E non certo «a gratis», perché per opere del genere la richiesta del fee - cioè l’«affitto» - non sarebbe indifferente e con quei soldi si potrebbe pagare una rinfrescatina al museo di Reggio, qualche restauro, finanziare mostre in un momento in cui il denaro per la cultura langue...
La sovrintendente Bonomi dice «assolutamente no», niente live-tour per i Bronzi, che se ne restino n Calabria. E precisa che: sono attualmente in un laboratorio di restauro, saranno inseriti in un percorso espositivo molto apprezzato e visitato dal pubblico (sarebbe interessante tradurre quel molto con cifre più precise), oggetto di studi diagnostici che ne evidenzieranno certo il bisogno di ulteriore restyling e che infine nel marzo 2011 torneranno nel Museo della Magna Grecia riallestito per le celebrazioni del 150° anniversario dell’Unità d’Italia. In perfetto burocratese il sovrintendente dice che i Bronzi non potranno seguire l’esempio di Caravaggio, testimonial italiano all’estero, «per impegni precedentemente concordati».
Forse il direttore Mario Resca non pensava di sottrarre alla Calabria i due virgulti nei prossimi mesi, negandoli a un calendario così prestigioso, ma di utilizzare un’opera molto famosa per una giusta strategia di marketing culturale. Se la Cina non avesse fatto vedere a tutto il mondo l’esercito di terracotta - molto più fragile dei Bronzi - non si sarebbe certo costruita un’analoga mitologia su questo capolavoro archeologico.
Niente da fare: il sovrintendente si incaponisce per mantenere lo status quo, qualunque esso sia. Certo, rispetto al passato (anche solo due anni fa) sono stati fatti passi da gigante. Resca sta riuscendo dove tutti hanno fallito: la creazione di una grande Pinacoteca di Brera, con conseguente e logico spostamento delle aule accademiche (ecco un’altra categoria iperconservatrice: gli insegnanti), il considerevole aumento percentuale di visitatori nei musei e nelle mostre, grazie a campagne pubblicitarie ficcanti che invitano a considerare di più il giudizio del pubblico e meno quello dei critici, l’aver puntato su Caravaggio alla stregua di una rockstar, ringiovanendo di parecchio l’età media dell’utenza. E soprattutto, la nomina «eretica» di un personaggio come Vittorio Sgarbi alla Sovrintendenza di Venezia, incarico ovviamente osteggiato dai suoi pari ruolo, neppure avesse intenzione di smantellare il patrimonio museale in quel di San Marco. Su questa vicenda dei Bronzi il commento del critico è tanto feroce quanto ovvio: non sono affatto fragili, comunque molto meno dell’Efebo di Mozia o del Satiro danzante. La verità è che qualcuno non vuole spostarli, «magari la ’ndrangheta temendo lo Stato piemontese non li restituisca più».
Siamo quindi di fronte a modalità inconciliabili, tra chi pensa la cultura come bene comune, democratico, condivisibile e, perché no, foriero di business, e chi non si smuove da una visione granitica e immobilista: il conservatore quale tutore, se non addirittura proprietario. Sulla circolazione delle opere d’arte si può sempre discutere e valutare (dove vanno ha certo la sua importanza). Ciò che invece non ha più senso di essere mantenuta in vita è la figura del sovrintendente, monarca assoluto e infallibile nell’impero del «no».