I vertici "bocciano" la Finocchiaro: niente pasticci con la Cosa rossa

La proposta di "desistenze unilaterali" lanciata dalla capogruppo in Senato impercorribile per Veltroni e Fassino. Ma D’Alema insiste: in cambio ospitiamo candidati indipendenti

Roma - I suoi lo descrivono come «gasatissimo», alla vigilia di una campagna elettorale che sta diventando «esattamente la partita che avevo in mente», e nella quale «per la prima volta non è Berlusconi a dettare l’agenda».

Insomma, Walter Veltroni è ottimista: «Per ora, sta andando più che bene». E adesso, bisogna stare attenti a «non sporcare il messaggio vincente», spiegano i suoi strateghi. Ossia non sprecare o indebolire la novità dell’immagine di un solo leader alla testa di un solo partito. Una novità che ieri, a sentire i partecipanti al vertice del Pd che si è tenuto nel pomeriggio, ha trovato un fervido sostenitore proprio in Romano Prodi: il premier uscente, che veniva dato come ultimo difensore dell’idea di un Ulivo allargato, ha caldeggiato la necessità di una «campagna di comunicazione chiarissima» che metta in risalto la discontinuità: «Se dobbiamo ballare, allora balliamo sul serio».

Per questo, dal loft ieri sera si frenava assai sull’ipotesi di «desistenze unilaterali» con la Cosa rossa, rilanciata ieri mattina dalla capogruppo al Senato Anna Finocchiaro: «In alcune regioni, e mi riferisco in particolare alla Sicilia, è un’ipotesi per noi percorribile». L’ipotesi, che secondo l’entourage di Bertinotti sarebbe sostenuta da D’Alema ma non da Veltroni, è quella che la Sinistra arcobaleno rinunci a presentare le proprie liste al Senato nelle regioni in cui difficilmente raggiungerebbe il quorum dell’8%. E in cambio il Pd, che così potrebbe aumentare il proprio bottino di voti, ospiterebbe nelle sue liste qualche candidato «indipendente» della Cosa Rossa. La questione sarà al centro dell’incontro di oggi tra Veltroni e i leader di Rifondazione, Pdci, Verdi e Sinistra democratica. Mussi ironizza: «Mi pare una bella idea: il Pd decide di andare da solo e ci chiede di non presentarci... Certo, se noi non ci presentiamo il Pd prende più voti. Se poi non si presenta nessun’altra lista, li può prendere anche tutti». Nel Prc sono scettici: «Certo, potrebbe convenire a tutti e due: al Pd che vuole essere ben rappresentato e a noi che vorremmo almeno essere rappresentati. Ma con ogni probabilità non se ne farà nulla». Anche secondo Piero Fassino l’ipotesi è «tecnicamente impercorribile», e per Veltroni sarebbe un «pasticcio».

Anche perchè, secondo le più ottimistiche proiezioni illustrate al vertice da Franceschini, il Pd che corre solo può puntare a ottenere appena una manciata di seggi senatoriali in meno rispetto all’Unione nel 2006. Meno «giochini» si fanno, dunque, meglio è: e al vertice di ieri Veltroni ha ottenuto un mandato pieno per decidere lui, alla fine dei conti ed esaminati i sondaggi, se e quali alleanze o accordi «tecnici» convenga fare.

Fatto sta che ieri sera, al loft, si cominciava a frenare anche su quell’ipotesi di alleanza «minima» su cui finora si era ragionato, quella con l’Italia dei Valori di Antonio Di Pietro. Un alleato comodo, perchè porta un suo pacchetto di voti e ha dato assicurazione di lealtà (nessuna polemica col Pd, nè sulla moralità nè tantomeno sul tasto dolente della laicità, cavallo di battaglia di Socialisti e Radicali che metterebbe in difficoltà un partito inzeppato di clericali alla Binetti).

Ma tutto sommato forse superfluo, e che anzi rischierebbe di «sporcare il messaggio» della solitudine veltroniana. «Quella della solitudine è una buona regola, ed è tale se non prevede eccezioni», sottolinea Marco Follini.

«Si può fare», traduzione italica del «Yes, we can» di Obama, ormai icona del nuovo Pd, sarà lo slogan della campagna veltroniana. E il nome del leader farà parte del simbolo del partito. Sotto le cui insegne non si candiderà Giuliano Amato, che ieri ha annunciato di voler lasciare il posto «a donne con la metà dei miei anni», mentre Anna Finocchiaro sarà probabilmente candidata alla guida della regione Sicilia.