I vescovi: no all’apartheid nelle nostre città

RomaGli immigrati respinti sono stati «riportati d’autorità su strade di fame e di morte», mentre a Milano è stato proposto «un inedito apartheid». Sono dure le parole usate dal vescovo di Ivrea Arrigo Miglio, in un commento divulgato ieri pomeriggio dal Sir, il servizio d’informazione religiosa promosso dalla Conferenza episcopale. Il prelato, presidente della commissione per i problemi sociali e il lavoro della Cei, ha definito «triste e umiliante» la cronaca dei respingimenti di immigrati avvenuti negli ultimi giorni e riferendosi alla boutade del leghista Matteo Salvini, che come si ricorderà aveva avanzato l’idea di riservare dei vagoni del metrò per i milanesi, ha detto: «Si sono aggiunte proposte - poi declassate a “battute” - di un inedito apartheid da sperimentare a Milano».
Monsignore Miglio non ha nominato Salvini né l’imbarazzante quanto inaccettabile proposta dei vagoni riservati, dalla quale peraltro avevano preso le distanze gli stessi dirigenti della Lega, ma il riferimento all’apartheid nel capoluogo lombardo non è passato inosservato, tanto che lo stesso presidente della Provincia Filippo Penati ha precisato che non c’è alcun «fatto istituzionale che possa far dire che Milano è una città in cui c’è apartheid».
Il vescovo Miglio scrive: «Coloro che cercavano di raggiungere il nostro Paese sono stati riportati d’autorità su strade di fame e di morte che già conoscevano: non tutti erano bisognosi di asilo, non tutti santi, ma poveri lo sono di certo e in quella occasione sono divenuti assai simili a Cristo, scaricato da Pilato a Erode e viceversa». Il prelato continua affermando che questi «ultimi episodi» ci «devono rendere più attenti non solo alla casistica e alle soluzioni adottate ma alla cultura sottostante». Per monsignore Miglio il rischio è quello di «rincorrere solo la cronaca e valutare caso per caso, col pericolo ricorrente di giudicare in modo diverso a seconda della provenienza politica delle soluzioni adottate», finendo così per «essere dominati dalle ideologie».
Il vescovo propone invece, per orientarsi, la «vera bussola» offerta «dall’intangibile dignità e valore della persona, di ogni vita umana e dei suoi diritti fondamentali, che non sono concessione di nessuna autorità o legge umana». Miglio ricorda che la vita umana è «preziosa non in base a graduatorie stabilite da criteri per lo più riconducibili all’avere e al produrre», ma «per il suo stesso esistere», e questo vale «sia per terra» come «per mare», sul «lavoro e sulle strade, nei primi istanti dell’esistenza e negli ultimi». Il vescovo ricorda che proprio in questi giorni la Cassazione «ha riconosciuto che il nascituro è soggetto giuridico con i propri diritti».
Con questo criterio fondamentale, conclude l’esponente della Cei, «si possono e si debbono coniugare tutti gli altri criteri da tenere presenti: la legalità, l’affrancamento delle mafie dei trafficanti di clandestini, la verifica dei motivi per le richieste di asilo», ma «non a scapito dell’intangibile valore della vita e della persona». I problemi da risolvere «sono molti, ma non possiamo farci condizionare, magari inconsciamente, da culture xenofobe o peggio, che finiscono per colpire anche tutte le presenze positive e necessarie degli immigrati, magari chiudendo ancor di più gli occhi sullo sfruttamento che molti subiscono, comprese le donne disseminate lungo le nostre strade».