I vescovi: va tutelata l’unione tra l'uomo e la donna

Bagnasco ricorda le origini cristiane della Ue ed esalta i «valori non negoziabili» a difesa di vita e famiglia. L’intervento del nuovo leader della Conferenza episcopale italiana alla
celebrazione dei Trattati di Roma. «Sì a una giusta e sana laicità, no
al laicismo ideologico». <a href="/a.pic1?ID=166100"><strong>Lunedì l'esordio del presidente della Cei: parlerà dei Dico</strong></a>

Roma - L’Europa deve riconoscere le proprie radici cristiane dando spazio ai principi etici che appartengono al suo patrimonio. Questo «non significa in alcun modo» negare la «giusta e sana laicità» che però non va confusa con il «laicismo ideologico». Lo ha detto ieri mattina il presidente della Cei, l’arcivescovo di Genova Angelo Bagnasco, alla sua prima uscita ufficiale dopo la nomina, intervenendo a Roma al congresso del Comece (gli episcopati europei) per celebrare i cinquant’anni dei Trattati di Roma. Oggi i partecipanti saranno ricevuti da Benedetto XVI, che rilancerà l’impegno in difesa dei valori «non negoziabili», citati già ieri dallo stesso Bagnasco nel suo saluto. Parlando del matrimonio, l’arcivescovo ha accennato ai tentativi di «relativizzare» la famiglia rendendola «giuridicamente uguale o equivalente» ad altre forme di unione.
Il presidente della Conferenza episcopale italiana ha iniziato dicendo che, oltre ai problemi relativi al governo istituzionale dell’Europa, «appare egualmente necessaria la ricerca di valori condivisi, sul piano di una unità culturale e spirituale alimentata dal dialogo e dal rispetto delle identità». Perché il processo di integrazione sia davvero fecondo, ha continuato Bagnasco, «occorre che l’Europa riconosca le proprie radici cristiane, dando spazio ai principi etici che costituiscono parte integrante e fondamentale del suo patrimonio spirituale, dal quale la modernità europea stessa attinge i propri valori». L’arcivescovo ha subito spiegato che questa «consapevolezza delle proprie radici cristiane non significa in alcun modo negare le esigenze di una giusta e sana laicità - da non confondere con il laicismo ideologico - delle istituzioni europee, ma significa affermare prima di tutto un fatto storico che nessuno può seriamente contestare, perché il cristianesimo appartiene in modo radicale e determinante ai fondamenti dell’identità europea». Per questo il rifiuto «del riferimento alle radici religiose dell’Europa, lungi dall’essere espressione di tolleranza - perché la vera tolleranza si fonda sulla libertà religiosa e non sul rifiuto delle religioni -, è piuttosto espressione di una tendenza che vuole relegare la religione a fatto esclusivamente privato e soggettivo, elevando il relativismo etico a dogmatismo etico».
Il presidente della Cei ha quindi osservato come nello sviluppo della Ue sia necessario applicare sempre di più il principio di sussidiarietà e riconoscere il contributo peculiare delle Chiese e delle comunità religiose allo sviluppo «della casa comune europea». L’arcivescovo ha spiegato che le Chiese, «nel condividere l’impegno comune per valori essenziali quali la giustizia, la pace, la libertà, la solidarietà, la tutela dell’ambiente, riaffermano che questi valori non possono realizzarsi in modo autentico prescindendo dalla dimensione trascendente della persona e dal rispetto di norme che sono iscritte nella natura umana». Sono i valori «non negoziabili», cioè «la tutela della vita umana in tutte le sue fasi, dal concepimento alla morte naturale, resistendo a forme di aggressione e di minaccia talvolta mascherate sotto l’apparenza di un malinteso progresso scientifico e sociale: si pensi alla clonazione umana, alla manipolazione genetica, all’aborto, all’eutanasia». C’è poi «il riconoscimento e la promozione della famiglia, come relazione fondamentale e naturale tra un uomo e una donna che si apre ai figli, e la sua difesa dai frequenti tentativi di relativizzarla, rendendola giuridicamente uguale o equivalente ad altre forme di unione», la libertà di educazione e il diritto alla libertà religiosa anche nella sua dimensione «propriamente istituzionale». Si tratta, ha concluso Bagnasco, «di principi comuni a tutta l’umanità», che la Chiesa difende – ha aggiunto citando Benedetto XVI – non in nome di un principio confessionale, ma rivolgendosi a tutte le persone: negarli rappresenta «un’offesa contro la verità della persona umana».