I vestiti che regaliamo ai poveri in vendita nei mercatini del Sud

I maglioni che da un anno all’altro spostiamo dagli armadi di casa senza indossarli mai, i vestiti dei bambini che ogni sei mesi non vanno più. E le scarpe, senza forma sì, ma buone ancora per chi non può permettersi di comprarle nuove. Il cambio di stagione delle famiglie milanesi è un vero business. Per i poveri, si dirà. Ma la torta non è tutta per loro. Un abito usato va bene al clochard - e pure dieci e pure mille -, ma tremila tonnellate di vestiti (tanti se ne raccolgono ogni anno in città) superano alla grande le necessità dei poveri: riempiono un guardaroba di duecento container. Una montagna, insomma.
Il destino di questa montagna è finire sul mercato. Vediamo come. «Svuotiamo i cassonetti anche tre volte a settimana - spiega Carmine Guanci di Vestisolidale, la cooperativa della Caritas che gestisce la metà (222) dei cassonetti milanesi, gli altri (più o meno 200) sono affidati a una cooperativa della Compagnia delle Opere -. Portiamo alla Caritas e agli altri enti caritatevoli quello che ci viene richiesto, grossomodo il 10 per cento di quanto raccolto. Il resto lo vendiamo alle aziende specializzate che rimettono sul mercato, in genere al sud, i capi in buono stato e recuperano tutto quello che può essere riutilizzato. Dai bottoni alle fibbie alle cerniere. Perfino le fibre e i fili di lana».
Ma i milanesi credono di regalare i loro vestiti ai poveri e invece rischiano di ritrovarseli in qualche negozietto vintage di Bari o Catania... «Funziona così in tutta Europa - aggiunge Guanci -. Bisogna di distinguere però fra cooperativa e cooperativa. Noi, e la nostra partner della compagnia delle Opere, abbiamo una convenzione con Amsa, l’azienda che raccoglie i rifiuti. Non sistemiamo i contenitori a casaccio. I cittadini non pagano un euro per questo smaltimento, se non ci fossimo noi che raccogliamo e recuperiamo dovrebbero sborsare qualcosa come 100 euro a tonnellata più il servizio raccolta». E poi? «Diamo lavoro in regola a 19 dipendenti. Sono persone segnalate dai servizi sociali e dalla Caritas, ex detenuti o ex tossicodipendenti, rifugiati politici, disabili, gente che una volta dormiva in macchina e adesso ha un’occupazione, una busta paga, può pagarsi l’affitto - spiega il responsabile -. I miei 19 si occupano dei 200 cassonetti milanesi e di altri 400 sparsi fra Monza e la Brianza».
Ma insomma quanto si guadagna a vendere tre milioni di chili fra abiti e accessori? «Non posso dirglielo, i miei concorrenti non devono saperlo. Però calcoli che 600 cassonetti danno uno stipendio a venti persone, pagano i costi aziendali, spese, trasporti, licenze e in più ci permettono di destinare una quota a diverse iniziative Caritas. In dieci anni, esistiamo dal ’98, la cifra per sostenere le cause solidali è stata di un milione di euro».
A scorrere il fascicolo dei progetti finanziati con i proventi di «Cambia stagione, dai vita al tuo usato» si vede nel dettaglio un effetto di questa ridistribuzione della ricchezza. Nel 2008 sono stati destinati 90mila euro alle cooperative Farsi Prossimo e San Martino, che, entrambe, si occupano di stranieri, di minori, di integrazione e di educazione. Nel 1998 la cifra stanziata era di 252 milioni di lire. «C’è un altro aspetto da considerare - aggiunge Guanci -. In questi anni abbiamo educato i cittadini a non buttare via i vestiti ma a rimetterli in circolo».
A volte si vedono cassonetti ribaltati con tutti i vestiti sparpagliati sul marciapiede e ladruncoli che ne fanno razzia. «Succede purtroppo - spiega il responsabile -. I contenitori sono stati pensati in modo da impedirne l’apertura. Se uno vuole portarsi via il contenuto deve per forza manometterli, distruggerli. Quando ci arriva la segnalazione interveniamo nel giro di un giorno o due». Un cassonetto nuovo costa 600 euro, la capienza è di 250 chili. E uno solo a Milano si riempie anche 3-4 volte a settimana.