I veti incrociati della sinistra

Paolo Armaroli

Chi è costretto a incamminarsi tra pozzanghere, è solito guardare al cielo. Aspira più di altri all’infinito. E Romano Prodi, nel suo piccolo, non fa eccezione alla regola. Anche in questa bizzarra estate il presidente del Consiglio ha il suo daffare. Pallottoliere in mano, conta e riconta la sua traballante maggioranza al Senato, che da un momento all’altro potrebbe giocargli uno scherzo da prete. Con il pensiero rivolto a settembre, quando riapriranno i due rami del Parlamento, il Professore non trova di meglio che sfogliare la margherita. Se non pone la questione fiducia, i disegni di legge governativi rischiano di essere impietosamente impallinati. Se al contrario pone la questione di fiducia, rischia di rompersi l’osso del collo e di togliere il disturbo.
Allora ha volato alto ponendo sul tappeto la questione del sistema elettorale. È evidente che quella di Prodi è una mossa studiata a tavolino al fine di trarne il massimo profitto. La premessa del suo ragionamento è che il sistema elettorale vigente ormai dispiace un po’ a tutti. Alla maggioranza come all’opposizione. Pertanto non si potrà tornare a votare con un sistema siffatto perché altrimenti la mitica governabilità andrebbe a farsi friggere. Orbene, fin quando il Parlamento non si pronuncerà - con tutto comodo, s’intende - sulle modifiche all’attuale sistema elettorale, il governo resterà al suo posto. O almeno questa è la speranziella del presidente del Consiglio pro tempore. Difatti Prodi esclude che altri gli succeda nel corso della legislatura, come invece accadde nell’ottobre del 1998. E sostiene che dopo di lui ci saranno solo nuove elezioni. Il bello è che il nostro Cireneo è vittima dell’eterogenesi dei fini. Ha messo il pollice all’ingiù a quella riforma costituzionale che gli avrebbe messo in tasca il potere di scioglimento. Né più né meno di quanto avviene sulle rive del Tamigi. E ora la rimpiange.
Prodi non ha fatto mistero di prediligere il sistema elettorale tedesco nella convinzione che su una legge rigidamente proporzionale un accordo sembrerebbe più agevole. Non ha fatto però i conti con la sua scombiccherata maggioranza. Difatti Rifondazione comunista, Comunisti italiani, Verdi, Italia dei valori e partitini affini della clausola di esclusione del cinque per cento non intendono sentir parlare, temendo di pagarne il conto. Una transazione dopo l’altra, si arriverebbe a cancellare di fatto tale clausola. Con il risultato pressoché assicurato dell'ingovernabilità. Alle elezioni tutti i partiti andrebbero in ordine sparso per massimizzare i consensi. E alla fine i giochi, ammesso che riescano, saranno fatti successivamente al voto dai partiti in barba a elettori costretti a concedere deleghe in bianco. D’altra parte è arcinoto che in Germania la governabilità è assicurata non tanto dal sistema elettorale quanto da altri fattori. Come il numero ridotto di partiti. Come i poteri assegnati al cancelliere. Come le sentenze della Corte costituzionale di Karlsruhe che rispettivamente nel 1952 e nel 1956 hanno messo fuori legge il partito neonazista e quello comunista.
L’alternativa prospettata da Prodi è il doppio turno alla francese, un sistema elettorale maggioritario a collegio uninominale. Se nessun candidato ottiene la metà più uno dei voti al primo turno si procede a un secondo turno al quale possono accedere i candidati che abbiano riportato il 12,50 per cento di suffragi. Ma gli iperproporzionalisti del centrosinistra avranno due buoni motivi per dire di no. Primo, perché questo è un sistema maggioritario. Secondo, perché esso taglia le ali dei due schieramenti. D’altra parte il no della Casa delle libertà è scontato. Difatti il secondo turno la penalizza e non si può pretendere che per i begli occhi di Prodi si iscriva alla benemerita associazione dei donatori di sangue. Come finirà? Ma è chiaro: con la solita terza via. Nei papocchi nessuno è più bravo di noi italiani.
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