I vicini: «Era un tipo pericoloso, doveva stare in galera»

Quarantenne siciliana accoltellata da un egiziano di 25 anni. La sera prima l’uomo era stato sottoposto al Tso dopo una denuncia della donna. Ma ha lasciato subito la clinica

«Un balordo». «Un poco di buono, davvero». «Un violento, quello doveva stare in galera, più di una volta ha creato problemi». Un coro unanime, in via Riva di Trento. Un isolato col nervo scoperto. Tamer Hegazi, in questa lingua di cemento con troppi edifici fatiscenti, qualche phone center e pochi negozi, lo conoscono in molti. Ma il problema, pare, non è solo lui. «Ci sono troppi stranieri, qui. Appena fa sera, li vedi uscire. Si ubriacano, si azzuffano, spacciano. Questa è una zona pericolosa. Poi ammazzano una donna, e allora si riempie di polizia e carabinieri. Ma prima, dov’erano le forze dell’ordine?».
«Le liti, in quella casa, erano cosa di tutti i giorni», racconta l’inquilino al primo piano dello stabile al civico 4. «Tamer? Quello era pazzo! Due anni fa ha minacciato di far saltare il palazzo chiudendosi in casa e aprendo il gas. Poi l’hanno arrestato perché aveva cercato di accoltellare un ragazzo. Poco tempo fa era scoppiata una rissa sulle scale, vicino al suo appartamento. E poi c’era la droga. Credo che spacciasse, pure».
In strada, auto dei carabinieri da un lato. Dall’altro, il capannello dei residenti fermi sul marciapiede con lo sguardo rivolto al quarto piano del civico 4. Lassù, gli uomini della scientifica stanno ultimando i rilievi. In basso, gli umori in contrasto di italiani e stranieri. A prima vista, una convivenza forzata. Di certo non semplice. «Si sentono i padroni» dicono i primi. E ti indicano il centro per le chiamate internazionali gestito da nordafricani, il locale che vende il «kebab», il negozio con l’insegna «scritta direttamente in arabo, tu lo sai cosa vuol dire?», e guardano con diffidenza le molte «facce scure» che circolano nel quartiere. «Non facciamo nulla di male, la maggior parte di noi ha un lavoro e cerca di vivere tranquillamente» replicano i secondi. Che tengono a precisare che «Tamer era un po’ matto, e non aveva nulla a che fare con noi».
Ma vallo a spiegare a quelli che ripetono: «Qui non ci sentiamo sicuri, ci hanno lasciati soli. Gli stranieri sono tanti, c’è chi occupa abusivamente qualche appartamento, poi vanno ad abitarci in sette, otto o anche di più, e poi non riesci a liberartene. Ora che c’è scappato il morto è tardi». Col rischio, poi, che la paura diventi rabbia. «Le istituzioni facciano qualcosa - dice un uomo col tono che è una minaccia - sennò ci pensiamo da soli».