I vigili del fuoco rischiano di restare senz’acqua

Previsti tagli per 20 milioni di euro in 4 anni, sindacati in fermento. L’allarme di Amato: «Così sono nella condizione di non funzionare»

Emanuela Fontana

da Roma

I vigili del fuoco rischiano di rimanere a secco. A corto di finanziamenti ma anche di nuovi macchinari, se non verranno apportate modifiche al decreto Bersani. Dai sindacati si dice addirittura che con i tagli previsti «avremo difficoltà anche con il carburante». Sì, perché al corpo Cenerentola della sicurezza pubblica, che già da anni lamenta, oltre a stipendi bloccati, una difficoltà nel reperire le risorse necessarie per il normale servizio di aiuto ai cittadini, il decreto sulle liberalizzazioni del governo Prodi prevede di tagliare ulteriori fondi. Per l’esattezza si tratta di 5 milioni di euro in meno nel 2006 e di 15 in meno nel prossimo triennio.
La misura contenuta nel decreto non è passata inosservata nemmeno al ministro dell’Interno Giuliano Amato, che nei giorni scorsi ha spezzato una lancia in favore dei pompieri: «Non possiamo lasciare i vigili del fuoco - ha chiarito - nella condizione di non funzionare».
Per i sindacati i tagli sono stati un boccone amaro proprio nel momento in cui si aspettavano più aiuti dallo Stato. «Stiamo già pensando a organizzare iniziative di protesta e scioperi per l’autunno - spiega Fabio Angiulli, segretario generale della Uil vigili del fuoco - siamo rimasti sgomenti. Siamo in una situazione di autentica crisi e stiamo spettando ossigeno da tempo. Con questi tagli sono a rischio le risorse per adempiere agli obblighi istituzionali. Non sto parlando degli stipendi, che andrebbero adeguati, ma del servizio essenziale ai cittadini che prevede l’intervento entro venti minuti. Abbiamo già dovuto chiudere molte sedi, con il risultato che i tempi di soccorso rischiano di quintuplicarsi».
I cinque milioni di euro di tagli andranno a ricadere, secondo quanto si apprende da ambienti sindacali, soprattutto sui mezzi operativi e sulla formazione. I contributi dello Stato ai vigili del fuoco ammontano a un miliardo e seicentocinquanta milioni di euro all’anno, ma la maggior parte va via nel pagamento degli stipendi. Se 5 milioni di euro possono sembrare una cifra risibile, lo sono meno se vanno a incidere sulle macchine di soccorso e sull’«istruzione» ai giovani pompieri. I fondi per i cosiddetti mezzi operativi, ossia macchine, scale e attrezzatura del corpo, compresa la manutenzione, passeranno quest’anno da 49.546.000 euro a 46 milioni di euro, con un taglio di oltre 3 milioni e mezzo di euro. La formazione, a cui lo scorso anno sono stati destinati 4.134.000 euro, perderà altri 537mila euro.
Oltre al rischio per le macchine, i sindacati segnalano una cronica carenza di personale: «Gli operativi - spiega Angiulli - sono 28mila, ma sono divisi su quattro turni. Dai 7mila vigili del fuoco in attività bisogna togliere però circa 2mila unità in riposo compensativo o infortunati. Ecco quindi che in tutta Italia ci sono solo 4.500 vigili del fuoco operativi che devono garantire il soccorso da Livigno a Lampedusa».
C’è preoccupazione anche nella Cisl. Il segretario, Pompeo Mannone, spiega che in una riunione interna è stato già deciso di convincere il ministero a portare le correzioni dovute. E se la trattativa non avrà successo «saremo costretti a iniziative di lotta». Dalla Cisl spiegano che il corpo dei vigili del fuoco è carente «di almeno 10mila unità». Quindicimila secondo la Cgil.
Ma non mancano le carenze tecniche e di manutenzione: «Il 60% dei nostri macchinari ha più di vent’anni - dice il segretario di categoria del sindaco di Epifani, Adriano Forgione - i tagli devono essere fatti nei settori dove c’è possibilità di intervento. In un settore come il nostro, significa mettere in discussione l’attività del soccorso, oltre alla manutenzione dei mezzi e al rifornimento di carburante. Sinceramente non ci aspettavamo da questo governo una politica di questo tipo, anche a livello di funzione pubblica in generale». E se, sotto Finanziaria, non arriveranno risposte, «saremo costretti ad aprire delle vertenze», chiarisce Forgione.