I vigili urbani delle crisi internazionali Alberto Pasolini Zanelli

A casa dall’Irak, prudenti in Afghanistan, baldi nel Libano, audaci in Palestina. Sono le quattro coordinate che servono a delineare la «nuova» politica italiana nel Medio Oriente. Romano Prodi l’ha enunciata sotto i riflettori di San Pietroburgo, Massimo D’Alema l’ha completata da Roma. Una ritirata, un diminuito profilo, una partecipazione, un suggerimento. Al nuovo governo non manca la fantasia, anche se essa è dovuta in gran parte non tanto a una elaborata visione globale del Medio Oriente quanto alle tensioni interne alla coalizione, che si esprimono da un lato alla continua opera di «diluizione» del significato della nostra presenza a Kabul, dall’altro a una motivazione «forte» di Amato sul Libano che sembra più in linea addirittura col governo Berlusconi che non su quello che gli è succeduto. Per tentare di risolvere o almeno acquetare queste discordie Prodi e D’Alema potevano rifugiarsi nel più basso profilo possibile oppure accumulare gli ingredienti in modo da mandare segnali un po’ in tutte le direzioni. Hanno scelto, a quanto pare, questa seconda strada.
Che è la più ambiziosa, la più complessa, quella che presenta più rischi. Non tanto militari, quanto proprio quello di non farci capire, di scontentare un po’ tutti per non scontentare nessuno. Perché non è facile «vendere» all’America (o a Israele) la «sostituzione strategica» della presenza militare italiana in Irak nella forma più integrata nella coalizione ad hoc voluta da Bush con un ruolo addirittura di avanguardia in una iniziativa integrata stavolta nell’Onu e che dovrebbe inserire, per la prima volta in decenni, una forza internazionale di «interposizione» nella Striscia di Gaza, destinata a separare i contendenti e dunque obbligatoriamente neutrale. Eravamo a Bagdad con Bush e a Kabul con la Nato. Adesso dovremmo insediarci nel Libano meridionale e in Palestina agli ordini e sotto le direttive delle Nazioni Unite, la cui politica ufficiale è da tempo in crescente contrapposizione a quella degli Stati Uniti.
Più presenti, meno «guerrieri», più «vigili urbani»: un’articolazione di ruoli raffinata quanto delicata e dunque fragile, soprattutto sullo sfondo di una realtà drammaticamente chiara sul terreno. Le tre esigenze mutuate dall’America sono infatti difficili da conciliare: la forza internazionale dovrebbe in primo luogo far sgomberare gli hezbollah dal Libano meridionale, senza disarmarli ma spingendoli più a Nord: un omaggio alla esigenza di Israele di tenere più lontani dal suo territorio dei missili che hanno guadagnato in gittata. Il secondo scopo è però quello di facilitare così la cessazione delle azioni militari israeliane e dunque il salvataggio della fragile democrazia libanese. Con i guerriglieri del Partito di Dio più lontani da Haifa e Tel Aviv e più vicini a Beirut.
Contemporaneamente, però, un altro coagulo internazionale dovrebbe insediarsi a Gaza, cioè sull’altro, quello dimenticato dai più, della guerra aperta su due confini che è in corso ormai da una settimana. Questa pagina del libro delle intenzioni (o dei sogni) del governo di Roma dovrebbe bilanciare le altre e riguadagnarci le simpatie nel mondo arabo. Un equilibrismo ancora più arduo in quanto gli ispiratori e i finanziatori di Hezbollah e di Hamas sono molto simili nelle intenzioni anche se non è chiaro se si muovano in modo coordinato oppure concorrenziale. Un asse d’equilibrio, addirittura, da cui capita di cadere. Non solo all’Italia, per chi abbia in mente la sfortunata operazione congiunta del 1982 proprio nel Libano. Solo che noi siamo più fragili.