I vincitori non hanno sempre ragione

«L’Italia sotto le bombe» di Marco Patricelli Fra comandi militari e gente comune

I soldati italiani caduti sotto i bombardamenti angloamericani furono 2.576 dal 10 giugno 1940 all’8 settembre 1943; dal 9 settembre ’43 al 25 aprile ’45 furono 1.982, per un totale di 4.558, approssimato per difetto. Negli stessi periodi, morirono per le bombe dei nemici 20.952 civili, numero più che raddoppiato quando gli angloamericani diventarono «gli alleati»: 43.402, sempre per difetto, per un totale di 64.354 innocenti, circa un quarto di tutti i caduti italiani nella Seconda guerra mondiale.
La prima considerazione da farsi è che soltanto oggi la storiografia prende atto, con risalto, di cifre disponibili da molto tempo. Merito dell’eccellente saggio di Marco Patricelli L’Italia sotto le bombe. Guerra aerea e vita civile, 1940-1945 (Laterza, pagg. 364, euro 20), che fa seguito al saggio di Gabriella Gribaudi Guerra totale (Bollati Boringhieri, 2005). Ernesto Galli Della Loggia ha aperto il dibattito chiedendosi: «Perché alla nostra cultura storico-politica sembra lecito parlare di “guerra ai civili” nel caso delle stragi compiute dai tedeschi in Italia dopo l’8 settembre 1943 (10-12mila vittime), e invece quella espressione non è neppure presa in considerazione per i bombardamenti alleati, che pure erano volutamente rivolti, secondo le testuali istruzioni dei Comandi inglesi, a “terrorizzare le popolazioni civili” dei Paesi dell’Asse? Non era “guerra ai civili” pure quella? E se no, in che cosa consiste la differenza?».
Domande giuste, ma retoriche, perché le risposte sono note: non solo la storia viene scritta dai vincitori, ma i vincitori sono anche portati a bollare d’infamia chi considera le ragioni dei vinti bollandoli con l’epiteto di «revisionisti». Un termine che ha assunto un significato dispregiativo, mentre un revisionismo continuo è dovere di tutti gli studi e di tutte le scienze, storia compresa.
C’è da augurarsi che non tocchi la stessa sorte anche ai «revisionisti» della storia dei vincitori, che non fecero la guerra in guanti bianchi e che la vinsero - com’è logico e orrendamente naturale in ogni conflitto - senza risparmiare al nemico stragi e strazi che avrebbero potuto essere evitati. Non si tratta, lo ha sottolineato Aurelio Lepre sul Corriere della Sera, di fare parallelismi o soppesare crudeltà diverse, magari mettendo sullo stesso piano l’eccidio di Marzabotto e la strage di duecento bambini per il bombardamento su una scuola di Gorla, a Milano, il 20 ottobre del 1944. Si tratta piuttosto di capire perché, dopo la Seconda guerra mondiale, i vincitori non hanno più «sempre ragione».
È a causa degli orrori subiti dalla popolazione civile di entrambe le parti nella Seconda guerra mondiale che oggi nessuna potenza - neanche gli Stati Uniti - può permettersi impunemente stragi indiscriminate di popolazioni inermi. I bombardamenti sul Vietnam, negli anni Sessanta, suscitarono un tale sdegno nell’opinione pubblica americana da ritorcersi contro i presidenti e gli stati maggiori che li avevano decisi. Tanto che non sono stati ripetuti durante le due guerre del Golfo, dove anzi si è enfatizzato l’uso delle «bombe intelligenti», cioè capaci di risparmiare al massimo i civili. È per questo che ha un senso etico, non soltanto storiografico, ricordare come i bombardamenti sull’Italia del 1943-45 avevano lo scopo, oltre che di rendere più facile l’avanzata delle truppe terrestri, di «distruggere i nervi e far crollare il morale del popolo italiano», anche dopo la caduta di Mussolini.
Il saggio di Marco Patricelli è un libro esemplare per l’intreccio di documentazione e racconto della vita quotidiana degli italiani. Patricelli, docente universitario, è anche autore televisivo di programmi storici, e si vede. Il racconto passa continuamente dalla visione dall’alto (i comandi militari angloamericani che decidevano i bombardamenti) a quella dal basso, ovvero l’esistenza stremata dei bombardati, la loro situazione di penuria alimentare e il convincimento crescente che il regime li aveva trascinati in un’avventura che non era più in grado di controllare né tanto meno di vincere. Fu un feroce contrappasso all’entusiasmo provato nel 1939-40 per i bombardamenti tedeschi contro la «perfida Albione», che contribuirono a convincere gran parte della popolazione sull’opportunità di entrare in una guerra che si prospettava facilmente vittoriosa.
Un altro crudele contrappasso (allora noto a pochi) fu che la guerra aerea e il bombardamento sui civili erano stati teorizzati per la prima volta proprio da un italiano, Giulio Douhet, ufficiale di artiglieria appassionato del volo. Gli angloamericani, come i tedeschi, non fecero altro che applicare le sue idee. L’Italia, invece, non era stata capace di darsi un’aeronautica militare all’altezza della ambizioni belliche, preferendo puntare sulle imprese di pochi pionieri dell’aviazione.
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