I vizietti di Visco, il recidivo

L’esponente del governo si appresta ad affrontare
due procedimenti: per il caso Speciale e per i lavori
a un dammuso siciliano. Ma ci sono dei precedenti<br />

Per certi versi, Vincenzo Visco fa tenerezza. Non certo come sanguisuga fiscale, perché sotto questo aspetto non ci sarebbe che da strozzarlo. Basti ricordare che da ministro delle Finanze tra il ’96 e il 2001, fece precipitare l’Italia dal 28° - che era già pessimo - al 32° posto nella graduatoria delle libertà economiche. Fosse per lui ci lascerebbe in culotte ed è per questo che viviamo nella speranza collettiva di liberarcene in fretta.
Dove invece fa pena è nei suoi guai giudiziari. Non gliene va bene una ma continua imperterrito da anni a infrangere le stesse norme. È il classico recidivo. Nelle prossime settimane il viceministro dell’Economia dovrà infatti affrontare due processi. Uno davanti al tribunale di Roma per la bieca faccenda del generale della Finanza, Roberto Speciale. L’altro in Sicilia per abusivismo edilizio. Entrambi sono copia conforme di due identici processi subiti anni fa.
Andiamo con ordine per cercare di capire come e perché questo pover’uomo sia sempre attratto dallo stesso genere di illegalità. Cominciamo con la Finanza e lasciamo in coda le avventure edilizie.
La storia di Speciale è nota. Nel luglio 2006, Visco chiese al generale di spostare da Milano quattro ufficiali che indagavano sui traffici dell’Unipol, capofila delle coop rosse. Poiché l’ordine equivaleva a sottrarre l’inchiesta ai quattro, Speciale rifiutò. Visco giurò vendetta e un anno dopo tolse al generale il comando della Guardia di finanza. L’arbitrio scatenò polemiche e, per dare una mano a Visco, l’inqualificabile ministro dell'Economia, Tps, accusò Speciale di infedeltà. Il generale indossò la mimetica e si rivolse furente alla giustizia. Querelò Tps per calunnia, denunciò Visco per minacce e abusi e chiese al Tar di annullare il suo licenziamento.
Il 20 luglio 2007, il Tar definì «illegittimo» il comportamento di Visco e pochi giorni fa, il 15 dicembre, ha reintegrato Speciale al comando della Finanza. Incassata la vittoria su tutta la linea, il generale, soddisfatto, ha fatto il beau geste di dimettersi dal Corpo e si è concentrato sull’obiettivo di fare condannare Visco per minacce e abuso.
Anche qui ha avuto la sua strenna di Natale. Venerdì 21 dicembre, infatti, il gip di Roma ha chiesto ai pm di fare un supplemento di indagini sul comportamento del viceministro. Come dire che, secondo lui, qualcosa di losco c’è e va approfondito.
Visco ha un precedente specifico in fatto di cacciate di collaboratori indocili e di corrispondenti batoste giudiziarie. Esattamente dieci anni fa, quando era ministro delle Finanze del primo governo Prodi, licenziò il direttore generale dei Monopoli, Ernesto Del Gizzo, altra testa dura. Visco aveva ordinato a Del Gizzo di rinnovare alla Philip Morris la licenza di fabbricazione di sigarette. La Morris è dal dopoguerra la monopolista del tabacco in Italia e l’emblema della colonizzazione americana del settore. Il dirigente, che conosceva i suoi polli, accusava la multinazionale di avere, con vari trucchi, evaso imposte per 60 mila miliardi di lire. Perciò, rispose a Visco che, stando così le cose, non avrebbe rinnovato un bel niente. O si faceva un nuovo contratto senza tanti privilegi e la Morris pagava le tasse dovute, o lui la firma non l’avrebbe mai messa. Visco insistette esattamente come insisterà con Speciale. Ed esattamente come farà Speciale, Del Gizzo si ribellò al sopruso e rifiutò l’ordine.
A questo punto, l’analogia tra i due casi si fa impressionante. Visco destituì Del Gizzo. Del Gizzo si rivolse al Tar che lo reintegrò nell’incarico dicendo che il ministro aveva affermato «cose non vere». Ma come il generale, anche il dirigente non riottenne mai il posto. Tra cavilli e ricorsi, Del Gizzo arrivò all’età della pensione e la prepotenza ebbe la meglio. A firmare poi il contratto con la Morris fu un funzionario più disponibile.
Morale: in entrambi i casi, i due cacciati hanno dimostrato più di Visco il senso della legalità e dello Stato. In entrambi i casi, il Nosferatu del fisco ha ingenerato il sospetto di non avere agito nell’interesse generale, ma per compiacere il proprio partito. Con la cacciata di Speciale per bloccare l’inchiesta Unipol. Con quella di Del Gizzo in modo più indiretto. Si scoprì, infatti, tempo dopo che la Philip Morris aveva parzialmente finanziato una fondazione di Max D’Alema. Alla stampa non sfuggì il nesso e le due cose furono messe maliziosamente in relazione.
Il capitolo degli abusi edilizi si apre con la dannata idea dei coniugi Visco di acquistare nell’isola di Pantelleria un dammuso, primitivo casolare mediterraneo del tutto invivibile senza restauri. Così, l’inflessibile percettore delle nostre tasse fece il furbetto. Trasformò di soppiatto una cisterna e un ripostiglio in due confortevoli stanze. Quando se ne accorse, il comune lo denunciò. L’inflessibile cercò allora di approfittare del condono edilizio varato nel 1994 dal governo Berlusconi e da lui, a suo tempo, aspramente criticato. Fece la domanda, ma il sindaco la rifiutò e passò le carte al pretore. Il giudice condannò Visco e la sua signora, Antonella Dugo, a 20 giorni di arresto e 25 milioni (lire) di multa. La pronuncia fu confermata in appello, salvo la riduzione della gattabuia a dieci giorni. Sentenza resa definitiva dalla Cassazione che, applicando la condizionale ai fin lì incensurati, fece loro grazia dei piombi.
Bè, non ci credereste: il Nostro ci ha riprovato l'anno scorso. Ancora una volta alla chetichella, ha modificato la stradina accanto al dammuso impedendo l’accesso agli isolani costretti ora a fare un giro quattro volte più lungo per recarsi alle terme sottostanti. Ha fatto inoltre un paio di fori in un muro di pietra per installare degli ombrelloni e ha creato una panca in cemento. I carabinieri hanno steso un minuzioso rapporto e ora se ne occupa di nuovo il magistrato.
Il giudice, Renato Zichittella, ha fissato l’udienza il 21 febbraio 2008. Nel frattempo, ha chiesto una relazione sui lavori abusivi di una forza di polizia. «Possibilmente - ha aggiunto tra il serio e il faceto, stando alle cronache locali - non la Guardia di finanza... o il generale Speciale».
Questa ripetuta recidività di Visco fa cascare le braccia. Non si sa se attribuirla a innata prepotenza o inguaribile sprovvedutezza. Probabilmente, è uno sprovveduto dalla nascita diventato inguaribilmente prepotente ricoprendo incarichi più grandi di lui.
Foggiano, 65 anni, Enzino Visco ha alle spalle una normalissima carriera universitaria di docente di Scienza delle Finanze. Non è stata certo questa a renderlo arrogante, mancando solidi motivi per gloriarsene. Quando nell’83 entrò alla Camera era un omettino introverso che, con la sua manìa di sbuffare toscani, si faceva il vuoto attorno. Eletto coi voti del Pci, si era però iscritto al gruppo degli - si fa per dire - «indipendenti di sinistra». Si mise subito all’ombra dell’allora ministro delle Finanze, il repubblicano Bruno Visentini. Costui era un gran tassatore, noto al mondo per avere imposto lo scontrino, allo scopo di spingere la vendita dei registratori di cassa dell’Olivetti di cui era presidente. Visentini divenne l’idolo di Enzino. Lui si lasciava adorare e diceva bonario: «Io sono Robinson Crusoè. Visco è Venerdì», cioè il buon selvaggio che faceva da domestico a Robinson.
Come vedete, le premesse erano modeste. Poi entrò nel Pci-Pds che, a corto di cervelli, lo fece passare per una gran testa. Così Visco se la montò, perdendola del tutto.
Giancarlo Perna