I voti dall’estero finiti in un ingorgo

Gli hanno rovinato la festa. Col caos, con il panico, con le code. Poveri italiani all’estero: la prima volta che potevano votare è stata un disastro. Loro non c’entrano nulla: il casino l’hanno fatto a Castelnuovo di Porto, un paesino di pochi abitanti a 40 chilometri da Roma. Lì dovevano contare i voti, in una maxi-struttura con 765 seggi, con 3.825 tra presidenti e scrutatori. Una cosa semplice semplice: le schede erano arrivate da giorni, dovevano essere aperte e contate. Uno più uno, con meno pressione, perché tutti erano freschi e riposati: arrivavano nel primo pomeriggio e alle 15 cominciavano lo spoglio. Come in tutto il resto del Paese, solo che gli altri avevano cominciato a lavorare alle 8 di domenica. Le cose facili invece spesso diventano difficili.
A Castelnuovo di Porto hanno fatto così: fin dal primo mattino di ieri sulla Tiberina, come ha raccontato lo stesso presidente della circoscrizione estero della corte d'appello di Roma, Claudio Fancelli, si è formato un lungo serpentone di auto per l'arrivo contemporaneo di un vero e proprio esercito dei 3.825 presidenti e scrutatori. Con loro in coda anche 250 rappresentanti del sindaco di Roma e 350 vigili urbani messi a disposizione del Comune capitolino per eventuali surroghe nelle sezioni elettorali. Il traffico ha paralizzato a lungo l'accesso ai seggi davanti all'unico ingresso previsto e che ha causato ritardi anche di due ore nell'avvio delle complesse operazioni preliminari. Sui ritardi ha inciso anche l'inevitabile smarrimento di molti scrutatori nell'individuare il proprio seggio in un immenso e labirintico centro polifunzionale usato fino all'anno scorso dalla Protezione civile e già collaudato a scopi elettorali anche per i referendum: una sorta di cittadella di 158mila metri quadri con sei enormi parallelepipedi grigi di due piani alti circa dieci metri, dove il Viminale ha concentrato lo spoglio di 1.135.617 buste provenienti dai consolati delle quattro ripartizioni in cui è stato suddiviso il mondo. Edifici dove si è smarrita anche la truppa di 785 rappresentanti di lista, un numero altissimo, superiore a quello dei presidenti di seggio, con conseguente sovraffollamento dei locali. Alle 15 erano davvero pochi i seggi in grado di far partire lo scrutinio, tra i primi quelli dell'Europa (Tolosa in testa), ma gran parte era ancora impegnata a completare le operazioni preliminari. La prima a chiudere i battenti, tagliando così un piccolo traguardo storico, è stata una delle sezioni che compongono il seggio di Santiago del Cile, Paese dove peraltro c'è stata una delle più basse affluenze in assoluto (22,64%).
Nell'enorme «fabbrica dello scrutinio», comunque, l'atmosfera è apparsa serena, a volte scherzosa, con decine di laboriosi «scrutatori-operai» pagati 150 euro circa per la maratona elettorale e che spesso si sono trovati a lavorare gomito a gomito con quelli dei seggi vicini, in open space che ne raggruppavano fino a 20-30 insieme. I più fortunati, invece, hanno potuto godere di stanzoni singoli. Sullo scrutinio hanno vigilato anche due osservatori elettorali Osce, l'organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa. Il presidente Fancelli li ha accompagnati in alcuni seggi per una verifica e a suo avviso «sono rimasti favorevolmente soddisfatti dall'organizzazione e dall'andamento delle operazioni». A suo avviso, però.