IAN MCEWAN «Il mancato oggetto del desiderio»

Il romanzo d’amore di una giovane coppia, una sciagurata luna di miele, il sesso prima del Sessantotto: «Chesil Beach» è un libro che fa discutere Ne parliamo con l’autore, considerato il maggiore scrittore inglese vivente

Dalle analisi lucide e raggelanti al potere delle emozioni, da tragedie improvvise in vite quiete che non potranno essere mai più le stesse, a una storia semplice di amore e perdita di innocenza. «Erano giovani, freschi di studi, e tutti e due ancora vergini in quella loro prima notte di nozze, nonché figli di un tempo in cui affrontare a voce problemi sessuali risultava semplicemente impossibile». L'essenza dell'ultimo capolavoro di McEwan, Chesil Beach (Einaudi, 136 pagine, 15,50 euro, nella splendida traduzione di Susanna Basso) è tutta qui, nell'incipit come sempre fulminante di quello che ormai è considerato il maggiore scrittore inglese vivente.
Stavolta McEwan ha scelto la formula del romanzo breve per raccontare la disastrosa prima notte di nozze dei due giovanissimi Edward e Florence, al loro primo incontro con il sesso. Corre l'anno 1962 e le regole della tradizione non sono ancora state messe in discussione dallo scombussolamento che li attende dietro l'angolo. «Quando ho iniziato a scrivere questo piccolo romanzo tutta la narrazione era diretta al momento in cui avrei avuto i due protagonisti sulla spiaggia di Chesil, e si sarebbero finalmente confrontati nella scena centrale del romanzo. Il racconto segue in tempo reale i fatti di due, tre ore, e si conclude con una coda nella quale è riassunto, in poche pagine, il resto delle loro vite da quel momento in poi. Negli anni a Edward in fondo non accade molto, li trascorre senza impegnarsi seriamente. E questo in parte anche perché non è con Florence, la persona più seria che gli fosse capitato di conoscere, la donna che amava. Ormai anziano, capisce che tutto ciò che gli sarebbe bastato per cambiare i loro destini era la pazienza». Per rispetto del fedelissimo pubblico di McEwan, non una parola di più ad anticipare l'evento che cambierà le loro vite in pochi attimi, al quale McEwan sospinge i lettori nel crescendo ineluttabile di tensione e disagio, cui ci ha abituati fin da quel Giardino di Cemento del 1979.
Qualche anno fa aveva parlato di voler scrivere una storia d'amore. È questo che aveva in mente, o Chesil Beach strada facendo è diventato qualcosa di diverso?
«Ricordo di aver detto che con Espiazione all'inizio ero interessato a capire quale sarebbe stata la forma moderna di un amore. La storia d'amore è stata il motore del romanzo del diciannovesimo secolo, come lo sono stati l'adulterio e la passione giovanile. Espiazione in parte incarnava il tentativo di dare una forma postmoderna a quella che deve comunque restare la ragione del cuore. In seguito mi sono spostato altrove, ed è nato Sabato».
Come è finito su quella particolare spiaggia, proprio nel 1962?
«È difficile spiegare da che cosa inizi la creazione di un romanzo. All'inizio percorri molte strade, per poi dimenticare quelle che hai man mano scelto di scartare. Per Chesil Beach il pensiero molto semplice da cui sono partito è che la prima notte di nozze, la luna di miele fossero un soggetto perfetto per un romanzo molto breve, in cui l'azione fosse racchiusa da un inizio e una fine ben precisi. La storia di due vite giovani, un sacco di opportunità davanti a sé, lo humour, la delusione. Pensavo di ambientarla in epoca moderna, ma poi volendo raccontare di due ragazzi vergini, e volendo che la storia fosse plausibile, sono andato indietro fino al 1962. Un anno in cui nel mondo occidentale i cambiamenti sociali erano a un passo dall'accadere, e se ne potevano già avvertire i primi segnali, ma intanto per la maggior parte delle persone la vita continuava come prima, come alla fine degli anni Cinquanta. Ho associato questo pensiero a una spiaggia tranquilla che fronteggia un grande mare sconosciuto, ed è apparso naturale ambientarvi il racconto».
È la storia di come la storia con la S maiuscola influenzi le vite delle persone? Il destino di Edward e Florence sarebbe stato diverso già solo qualche anno più tardi?
«Il romanzo non pretende né deve fare analisi sociologiche, abbraccia le vicende di alcuni personaggi specifici. Non ho dubbi che anche all'epoca vi fosse chi viveva il sesso in maniera più libera, così come penso che sarebbe possibile trasportare il racconto ai giorni nostri. Non sarebbe difficile immaginare la stessa scena in un matrimonio combinato tra giovani musulmani tradizionalisti, per esempio. Nel nostro mondo metropolitano viviamo tutti i giorni a contatto con una moltitudine di persone che hanno codici morali lontani dai nostri. La moralità è tutt'altro che uniforme. Però fu proprio in quel decennio che le relazioni diventarono più affettuose e spontanee, non penso solo ai rapporti sessuali, ma anche al rapporto fra adulti e bambini, al ruolo degli uomini all'interno della famiglia, ai movimenti di liberazione femminile».
Ha forse deciso di guardare al passato per parlare del presente? «In quanto contemporanei, possiamo pensare di saperne di più sui rapporti sentimentali, di essere più saggi, ma nei fatti i tribunali sono pieni di coppie che divorziano e la gente ha ancora tante ansie e incertezze sul sesso. Il compito del romanziere è di entrare nei dettagli di tutto questo e di infondervi compassione. Perciò non sopravvaluterei l'elemento della Storia. Alla fine dell'Odissea, Ulisse tornando a casa ha un diverbio coniugale con Penelope: è una scena vecchia di quasi tremila anni, ma la leggiamo condividendo senza difficoltà i flussi di emozioni che la percorrono».
Ha pensato di riprendere una certa «inglesitudine», un modo reticente e controllato di comportarsi?
«Edward e Flo sono due ragazzi inglesi, e tutto il loro modo di essere e di fare senz'altro origina da lì. Ma avrebbero potuto benissimo essere italiani! La continua tendenza a vederci come persone ingessate e represse dovrebbe fare i conti con l'Inghilterra di oggi, ben lontana dal topos inglese classico, ormai pressoché scomparso».
Cosa dice dell'approccio scientifico, che è palpabile in tutti i suoi lavori, ma molto presente in quelli più recenti?
«È da quando ero un ragazzino che mi appassionano le scienze, ho meditato a lungo se intraprendere studi scientifici o umanistici. Per la verità sono interessato soprattutto a capire il mondo, e dal momento che la religione non offre nulla di davvero interessante sulla natura del cosmo preferisco ascoltare uno scienziato che mi spieghi la natura delle cose. Le scienze si sono senz'altro portate in aree che una volta erano dominio dei narratori, e hanno cominciato ad analizzare le emozioni sociali, la coscienza. Lo scrittore ne è naturalmente attratto, ma il linguaggio della scienza resta sempre freddo e asciutto, e non può penetrare gli aspetti quotidiani e minuti della vita. Resta sempre compito di chi racconta dare calore ai meccanismi della mente. La demenza senile da cui mia madre è stata colpita ha avuto un enorme impatto su di me: vedere una mente che ti si sgretola davanti, e alla fine resta con poco di quel che era, mi ha reso più materialista».