IBN BATTUTA Il berbero errante

In 24 anni di peregrinazioni il «Marco Polo arabo» visitò tutto il mondo islamico

Sotto la vaghezza d’intenti si nasconde, in alcuni casi umani straordinari, un senso di destino non percepito, la pulsione a un ampliamento sterminato di orizzonti interiori e fisici.
Il 14 giugno del 1325, un giovane di ventun anni salì a cavallo e partì da Tangeri alla volta dei luoghi santi dell’Islam. Si chiamava Abu Abd Allah Muhammad ibn Battuta, era di origine berbera, e apparteneva a una famiglia di giuristi. Apparentemente, egli seguiva dunque un intento preciso, quello che esaudiva il rito del pellegrinaggio canonico alla Mecca, da compiersi almeno una volta nella vita, quando si possiedano i mezzi economici e le doti fisiche per farlo. Ma già nell’incipit del racconto dei suoi Viaggi, che in esemplare e accuratissima edizione escono a giorni in prima edizione integrale italiana a cura di Claudia M. Tresso (Einaudi, pagg. LXXVI-884, euro 85), si ha forse l’indizio di una disposizione d’animo meno finalizzata, più aperta all’imprevisto e all’ignoto: «Partii solo, senza un amico che mi allietasse con la sua compagnia, e senza far parte di una carovana. Ma ero spinto da uno spirito risoluto e sottacevo in cuore lo struggente desiderio di visitare quei Nobili santuari. Così mi decisi ad abbandonare coloro che amavo e lasciai il mio paese come un uccello s’invola dal nido».
A un uccello che s’invola dal nido, tutto può accadere. Passata Tlemecen, oggi in Algeria, Ibn Battuta si accodò a due ambasciatori, passò Constantina, proseguì con un gruppo di mercanti tunisini, e presso Algeri s’ammalò di febbre; poi proseguì, e, colto ancora dalla febbre, sciolse la fascia di un turbante e si legò alla sella per paura di cadere, deciso a non metter piede a terra finché non fosse arrivato a Tunisi. Non è possibile indulgere qui ad altri dettagli della sua affascinante narrazione, di Alessandria e del suo faro, dell’arrivo al Cairo, delle piramidi, delle moschee e del Nilo, se prima non si dice che arrivando in Egitto, otto mesi dopo la partenza, ebbe la prima «predizione» di essere destinato a girare il mondo, e se non si dà subito conto del suo itinerario che pare non avere mai fine.
Fin da questo inizio, egli sembra puntare alla meta in modo diversivo, per raggiungerla magari alle spalle: arrivato sulla costa del mar Rosso, approfitta di un contrattempo che gl’impedisce il previsto passaggio diretto per la penisola arabica, e pensa di visitare Palestina e Siria. Poi finalmente a Damasco si unisce a una carovana di pellegrini diretti alla Mecca. Vi arriva nel novembre 1326, e, compiuti i riti devozionali, invece di ripartire verso occidente e verso casa, va in direzione nord-est, visita l’Irak e la Persia, che sta rifiorendo sotto l’impulso di una dinastia mongola totalmente islamizzata. Torna alla Mecca, e vi trascorre un anno immerso nelle pratiche religiose e nello studio, quindi, a Gedda s’imbarca, discende il mar Rosso per visitare lo Yemen in grande decadenza, e poi la costa orientale dell’Africa (Somalia, Kenya, Tanzania), infine risale il golfo Persico e torna alla Mecca.
Riparte però quasi subito, per il suo viaggio più lungo. Risale rapidamente Egitto e Siria, s’imbarca su una nave genovese diretta in Anatolia, che egli percorre diffusamente guadagnando anche buoni soldi con le sue consulenze giuridiche itineranti, e s’imbarca di nuovo su una nave di «cristiani» (genovesi o veneziani), passa in Crimea, penetra nella steppa russa. Attraversato il Caucaso, si reca a Costantinopoli, punta poi a nord sulla fertile pianura del Volga, ridiscende, va a Samarcanda, entra in Afghanistan e, nel 1333, entra nel continente indiano e si presenta alla corte cosmopolita del potente Ibn Tughlug, sovrano turco-mongolo del sultanato islamico di Dehli.
Rimane al servizio del sultano per sette anni, poi parte per la Cina, come suo inviato. Alcune disavventure lo conducono alle isole Maldive, dove si ferma un anno e mezzo esercitando il ruolo di qadi, cioè di giudice, quindi visita lo Sri Lanka e l’India meridionale, e, toccate la Malesia e l’Indonesia, arriva in Cina. Dalla Cina, attraverso l’India torna in Arabia, compie il suo quarto e ultimo pellegrinaggio, viaggia trasversalmente il Nord Africa, dove incrocia più volte i percorsi ferali della Peste nera, anch’essa gran viaggiatrice (dall’Estremo Oriente, l’aveva anticipato e già invadeva l’Europa), e, con una diversione per Granada e al-Andalus, il 6 novembre 1349, quindi 24 anni dopo la partenza, è di nuovo a casa, e va alla corte di Fes.
Il viaggio è una dimensione fondamentale nella storia e nella cultura degli arabi. Forse per le loro origini nomadi, che li hanno trasformati in mercanti prima che in proprietari terrieri, esso è un dato naturale, una condizione ovvia e indispensabile. La letteratura araba di viaggio, al tempo di Ibn Battuta, aveva già una lunga storia. Diretta discendente della geografia, si sviluppa nel VIII-IX secolo dapprima come «tecnica» (su influenza dei greci tradotti dagli studiosi del califfato abasside) e poi come «descrizione ed enciclopedia», e si arricchisce, fra XII e XIV secolo, di osservazioni personali, incontri, si fa insomma «confessione» e quasi «autobiografia nel viaggio». Viaggio destinato per lo più alla Mecca e Medina. È il rihla.
Ma il rihla di Ibn Battuta supera questi ambiti: oltre ad aprirsi a panorami inesauribili che si estendono a tutto il mondo dell’Islam del suo tempo e sconfinando da quello, egli pare davvero un intellettuale di frontiera. Pur essendo il devoto che prima d’ogni tratta consulta Dio, mai in preda allo sconforto, Ibn Battuta parla di città, monumenti, religioni e storia, di letteratura, arte culinaria e vita quotidiana, descrive paesaggi e situazioni, ma quel che più sembra interessargli sono le genti: arabi, berberi, turchi, mongoli, persiani, indiani, cinesi, andalusi, somali e nigeriani. Gli interessano le persone: mercanti, giureconsulti, mistici, sovrani, donne, bambini, schiavi. L’attenzione per le genti e le persone non si disgiunge mai dagli eventi, come quando descrive una giornata di peste a Damasco nel 1348: «Gli abitanti della città, uomini e donne, piccoli e grandi, si unirono a loro \: parteciparono anche gli ebrei con la loro Torah e i cristiani con il loro Vangelo, accompagnati da donne a bambini, e ognuno piangeva, implorava e supplicava Dio in nome dei propri libri e dei propri profeti».
A tratti spunta un tocco di confessione molto personale e intima, e così moderna ai nostri orecchi, come quando descrive un momento speciale del suo lungo soggiorno alle Maldive: «Quindi arrivammo a un isolotto di quell’arcipelago, dove c’era un’unica casa, abitata da un tessitore con una moglie e dei figli che possedeva qualche palma da cocco e una barchetta per pescare e per spostarsi come voleva da un’isola all’altra... In fede confesso che invidiai quell’uomo, e se quell’isola fosse stata mia, mi ci sarei ritirato sino all’ora della Verità».
La Cina, impermeabile com’è all’Islam, non gli piace, dichiaratamente, e si limita a descrivere le giunche, le spezie, a raccontare aneddoti e alcune circostanze, e c’è il sospetto che egli non sia effettivamente arrivato fino a Canton, e che parli della Cina, peraltro brevemente, per sentito dire. A parte la Cina, dove Marco Polo stette dal 1275 al 1291, prima come ospite e poi come funzionario e ambasciatore del Gran Can presso i popoli dell’impero, l’impulso a trovare i parallelismi possibili tra il Milione e i Viaggi di Ibn Battuta viene spontaneo. Ma, laddove Marco Polo si astiene dal comparire in prima persona, e nella commistione di impassibilità e freschezza crea, tramite Rustichello da Pisa, la magia quasi metafisica, universale, del suo racconto, la magia dei Viaggi di Ibn Battuta, nato due generazioni dopo Polo, si contraddistingue per l’immedesimazione dell’atto del narrare con l’esperienza, un’esperienza totalmente calata in quello che il musulmano nel medioevo considera il suo «paese», che va da Tangeri all’India. Le concordanze fra i due viaggiatori rischiano di ridursi a qualche dettaglio: l’importazione di cavalli in India, la pesca delle perle nel Ma’bar, la bontà dei datteri di Bassora...
Anche Ibn Battuta ha avuto il suo Rustichello. Al pari di Marco Polo, egli forse non ha grandi doti letterarie. Ma è un grande raccontatore, e ammalia con le sue storie. Tra questi entusiasti, c’è un letterato e scrittore, Ibn Juzayy, che fa la conoscenza di Ibn Battuta in un giardino di Granada nel 1351. Poi accade che a Fes, nel 1356, il sultano affidi proprio a lui l’incarico di mettere per iscritto il racconto di quelle storie, che Ibn Battuta avrà arricchito con il viaggio «minore» compiuto nel frattempo nell’Africa occidentale, fino a Timbuktu e nel Niger profondo. La redazione dei Viaggi non richiede molto, poco meno di un anno, perché Ibn Battuta sa tutto a memoria, i suoi viaggi gli si calzano addosso come un’altra pelle, gli occhi interiori rivedono gli sterminati orizzonti, egli può raccontare la sua storia di filato.