«Ibra, Dinho e Cassano: vi dico tutto»

Caro Allegri, era buono il suo panettone?
«Sì ma non per questo mi considero sazio. Essere primi a Natale e Capodanno non significa aver esaurito la missione ricevuta dal presidente Berlusconi il primo giorno di raduno del Milan. Vorrei, se fosse possibile, fare qualche brindisi anche a maggio: quel primato conta».
A proposito di Milan: come è stato il suo ingresso?
«All’inizio avevo gli occhi di un bambino portato al luna park. Basta entrare negli uffici della sede per accorgerti subito che si tratta di un altro mondo, la puntata a Milanello me l’ha confermato. Quando sei al Milan capisci che non puoi sbagliare: c’è una cultura del lavoro e della vittoria che ti aiuta, e c’è una filosofia aziendale che ti segna la strada».
Il suo rapporto con Silvio Berlusconi viene giudicato molto buono: è proprio così?
«Il primo incontro ad Arcore è stato quello decisivo. Niente fronzoli, mi ha messo subito a mio agio. Per tre ore abbiamo discusso di Milan e di calcio ma di molto altro ancora e ci siamo ritrovati in perfetta sintonia sui concetti generali. La missione è quella nota: vincere e convincere. Cioè puntare ai risultati ottenuti col gioco. Il Milan ha nel suo dna, fin dai tempi di Rivera, questa scelta di campo: vincere attraverso il gioco. I suoi tifosi, nel tempo, sono diventati molto esigenti e se c’è qualcuno, anche un grosso nome, che non soddisfa il gusto estetico, sono fischi. D’altro canto il presidente Berlusconi ha fatto di questo precetto la sua dottrina nella vita da imprenditore e successivamente in politica».
Possibile che non le abbia chiesto conto delle esclusioni di Ronaldinho, o di Seedorf?
«Quando il rapporto è come il nostro, aperto, schietto, non ci possono essere complicazioni. Lui ha chiesto spiegazioni, io gliele ho fornite. L’ho sentito prima del Brescia, era proprio soddisfatto del lavoro fatto eppure stava vivendo in politica giorni delicati per la sorte del suo Governo. Ma è stato allora che ho capito in anticipo come sarebbe finita il 14 dicembre a Roma: trasmetteva una carica positiva».
A sentire Renzi, il sindaco di Firenze, Berlusconi l’ha definita «peggio di un comunista, un livornese»…
«E la battuta mi è piaciuta, mi ha fatto sorridere».
Il primo giorno a Milanello lei è stato criticato perché è rimasto in un cantuccio, ad ascoltare il capo…
«Avrei fatto una brutta figura se non avessi capito al volo che quella era la giornata dedicata al presidente, non all’allenatore. Qualche censura mi è sembrata avvolta dal pregiudizio politico».
È stato facile entrare nel pianeta Milan?
«Sono andato avanti per tappe. Dapprima ho cercato l’equilibrio tattico: dovevamo passare da un centrocampo a 2 a uno a 3. Poi ho pensato alla preparazione fisica. A Londra, in un’amichevole, in assenza di alcuni nomi eccellenti, ho cominciato a capire che ce l’avrei fatta. Avevo con me molti ragazzi di buona volontà. Ho pensato: quando rientrano gli altri, la qualità salirà».
Come ha fatto a ricaricare le pile dei senatori?
«Non è stata una grande impresa. Specie se per senatori si intende gente come Pirlo, Gattuso, Ambrosini, Seedorf, Inzaghi. Hanno tutti dimostrato una voglia di sconfiggere il luogo comuni dei “bolliti”, molti di loro poi avevano il contratto in scadenza, infine, forse, sono risultato anche simpatico. A parte i musi di quelli portati in panchina, non ho avuto storie con nessuno».
Con Cassano non sarà facile…
«L’ambiente Milan lo aiuterà a capire in fretta come comportarsi: “sgarrare” a Milanello è quasi impossibile. Cassano deve prendere esempio da Robinho: anche lui proveniva da due flop, uno al Real Madrid, l’altro al Manchester City. Il Milan è l’ultimo treno importante che passava: è salito sul primo vagone, il brasiliano. A 28 anni Antonio capirà senza che nessuno gli dica niente».
Le sconfitte contro Real, Juve e Roma farebbero pensare a una squadra forte coi deboli e…
«L’unica partita da schifo è stata quella di Madrid. Le due sconfitte con Juve e Roma sono invece frutto di episodi sfavorevoli. Se avessimo pareggiato con la Fiorentina e vinto contro Juve o Roma non ci sarebbe stato niente da dire».
Una definizione per Ibrahimovic…
«Non è mai stato così forte, così consapevole, motivato e così leader del gruppo. E d’altro canto a 29 anni non è una sorpresa: questa è l’età in cui i grandi campioni sono in grado di dare il meglio».
Lasciare fuori Ronaldinho è frutto di un pregiudizio? Non pensa di averlo spinto a tornare prima del previsto in Brasile?
«Sarebbe stato vero se non l’avessi mai fatto giocare. Io cerco di fare scelte per il bene del Milan. Non sono il tipo da parlare spesso con gli esclusi. A Pippo Inzaghi ho dato una spiegazione una sola volta: gli ho detto, vedrai, tornerai utile anche tu. Peccato per l’infortunio. Se spiego una volta, non mi posso ripetere».
Cambi in ritardo: è l’altro suo tallone d’achille…
«Ad Amsterdam l’ho ammesso pubblicamente: mi sono addormentato. Dovevo far entrare Inzaghi prima».
Quando ha deciso di schierare il centrocampo dei tre mediani?
«Ho sempre avuto in testa di mettere Ambrosini davanti alla difesa e di spostare Pirlo. All’inizio l’unico diffidente sapete chi era? Proprio Ambrosini. Dopo Bari si è convinto».
Voto ai primi mesi del Milan?
«Se arriva in fondo sarà da nove, nel frattempo va bene il 7 in pagella».
Ci ripete la frase con cui ha convinto Gattuso a restare?
«Gli ho detto: dove vai tu, ad Atene? Dopo due mesi vieni giù dal monte. Non è da te andare via con l’etichetta del finito, ho bisogno di te nello spogliatoio».
Benitez-Inter: se l’aspettava un epilogo così? E Leonardo sull’altra panchina di Milano?
«Non so giudicare. Non conosco Benitez personalmente ma mi piace come persona e come allenatore. Leonardo al Milan ha fatto miracoli».
A chi assegnerebbe l’oscar del Milan?
«Alla società. Ha preso Ibra, Robinho e Boateng, adesso ha aggiunto Cassano. Cosa volete di più?».
A chi l’oscar del 2010?
«All’Inter per i primi sei mesi, al Milan per gli ultimi sei».
Il giocatore simbolo dell’anno?
«Sneijder».
Il giovane italiano?
«Balotelli. Ma deve dimostrare di non essere l’eterna promessa».
Se mai un giorno Balotelli dovesse arrivare al Milan, lei prenoterebbe una bella visita dallo strizzacervelli?
«Non credo ce ne sia bisogno. Il vero, grande segreto del Milan è poter contare su uno zoccolo duro nello spogliatoio capace di integrare chiunque».