"Ibra, Del Piero, Spalletti Che c’è di meglio?"

Intervista a Marcello Lippi: "Svedese da Pallone d’oro. Ale, stagione strepitosa. Roma, che rimonta. La Juve è la squadra dell’anno. L'Italia ha un futuro, anche in porta: penso a Marchetti"

Caro Lippi, cominciamo dal suo ultimo semestre azzurro: che giudizio dà?
«Sono molto soddisfatto».
Si spieghi meglio...
«Io sono tornato in azzurro con un dichiarato obiettivo: ricostruire un gruppo identico a quello di Berlino. Attenti però: non ho detto che sono pronto a replicare lo stesso risultato, sarà durissimo. Voglio invece ricreare le condizioni che hanno favorito quel successo. E per farlo ho bisogno di realizzare le stesse condizioni procedendo a un mix tra vecchia e nuova generazione».
Non rischia di fare la stessa fine di Bearzot nell’86: per riconoscenza andò incontro a una delusione...
«Me lo ripetono in molti ma io vado piano nell’accantonare gli eroi di Berlino: voglio costituire un gruppo di 30-35 calciatori. E qualche mese prima di partire per il Sud Africa tirerò la riga».
Ma allora, scusi, da dove arriva la sua soddisfazione?
«Dall’entusiasmo di vecchi e nuovi azzurri. Ai primi ho raccomandato di fare da guida spirituale ai secondi. E durante tutti i ritiri ho notato una positiva mescolanza. La loro armonia, aggiunta alla sintonia, alimentano il mio ottimismo».
Spagna squadra dell’anno: se lo merita?
«Ha fatto bene dopo un lungo processo di maturazione. Ai mondiali, per esempio, non ha fatto molta strada. I suoi punti di forza sono stati quelli di sempre: l’esperienza e la qualità di calciatori collaudati dalla vita dei club in Champions league».
Il giorno in cui riprese posto sulla panchina della Nazionale fece un solo nome: quello di Giuseppe Rossi che ha infatti debuttato. Sarà l’unico?
«Con Casiraghi, ct dell’under 21, giocai a carte scoperte. Appena insediato, andai a trovarlo e gli dissi: fai le Olimpiadi sereno, ma ricordati che poi Giuseppe Rossi lo prenderò per me, è già pronto ed è inutile perdere tempo. Adesso però non è neanche il caso di esagerare».
In che senso?
«Nel senso che non intendo saccheggiare l’under 21. Ci sono infatti altri nomi sotto osservazione, gente come De Ceglie e Marchisio, che cominciano a mettersi in mostra con la Juventus. Qui sarò cauto».
Il vivaio è sempre attivo o sta per esaurirsi?
«Nonostante gli stranieri, abbiamo delle rappresentative che brillano di luce propria. Andate a vedervi l’attività dell’under 17 e 18 e scoprirete una serie di talenti inimmaginabile. Abbiamo un futuro assicurato e non lo sappiamo».
Eppure ci sono deficit in alcuni ruoli: per esempio in difesa...
«Errore. Io spesso chiamo al telefono Materazzi e gli giuro: Marco, guarda che non mi sono dimenticato di te, è che devo provare altri, in questi momenti. Perciò non mi lamento: abbiamo Chiellini, dietro di lui Gamberini, senza mai trascurare Barzagli, finito in Germania. Persino tra i portieri non c’è quel deserto del quale sento parlare sui giornali».
Faccia un nome, un solo nome e sarà salvo...
«Certo che lo faccio: Marchetti del Cagliari. È un ragazzo che sto seguendo dall’inizio della stagione, arriva dalla serie B e ha debuttato in A con buonissimi risultati».
Su Cassano ha cambiato posizione: da no a quasi sì. È diventato saggio?
«No, è che non vivo le tensioni quotidiane come i miei colleghi. Ma vedrete che quando saremo poi al mondiale verranno i giorni in cui ci saranno gli “scazzi” e non mi tirerò certo indietro».
Ma su Cassano ha cambiato idea?
«Ho ripetuto quello che dissi, qualche tempo fa, a Milanello, ai giocatori del Milan: fino a 40 anni, tutti hanno la possibilità di giocare in Nazionale. Il concetto vale per Cassano».
Ha firmato di recente il terzo libro: è nata un’altra passione?
«No, la passione principale resta il calcio. Vi spiego cosa è successo: mi chiamarono dall’università del San Raffaele e mi invitarono a una conferenza insieme con alcuni filosofi, Cacciari, Severino. Risposi agli organizzatori: cosa ci faccio io con loro? Basterà illustrare la filosofia di lavoro di un ct campione del mondo, fu la replica. Accettai. E quando mi ritrovai al fianco di Cacciari, lui mi disse: vedrà, i ragazzi ascolteranno volentieri più i suoi racconti che le nostre lezioni».
È meravigliato dell’arrivo di Beckham in Italia?
«Assolutamente no. Perché ripete, pari pari, quello che è avvenuto l’anno prima a Londra con l’Arsenal. Con la differenza che i gunners non lo tesserarono mentre il Milan l’ha messo sotto contratto. Io penso che possa dare una mano ad Ancelotti. E anzi alla fine, vedrete, sarà un dispiacere vederlo ripartire perché si tratta di un professionista esemplare».
Lei ha un rapporto speciale con Gattuso: cosa prova a vederlo sulle stampelle?
«Solo con Gattuso può succedere quello che è successo dieci giorni fa. Mi chiama un lunedì mattina e mi fa: che rabbia, sono squalificato e non posso giocare contro la Juve. La mattina dopo apro i giornali e leggo che ha un crociato lesionato, deve farsi operare e che è riuscito a giocare 85 minuti in quelle condizioni. Mi sono detto: se altri ce la fanno in 6 mesi, Rino guarirà in 4 mesi. Così per Totti: Francesco è un grande lottatore. Stringerà i denti e ce la farà a tornare più forte di prima».
Cominciamo con gli oscar del 2008: a chi quello del miglior calciatore?
«A Ibrahimovic cui manca ancora un pezzo di strada per diventare il numero uno anche fuori dai confini del campionato italiano. Potenzialmente ha tutti i mezzi per aspirare al prossimo Pallone d’Oro ma deve vincerlo grazie all’Inter, non può certo sperare nella Svezia».
E il miglior calciatore italiano?
«Un solo nome: Alessandro Del Piero. Ha avuto nel numero dei gol realizzati e nelle prestazioni rese una stagione strepitosa».
La squadra da segnalare?
«La Juventus e non lo dico per l’affetto che porto a quella società e a quei colori. Lo dico perché non è semplice realizzare i successi in Champions a Madrid e contro il Real a Torino e scalare la classifica fino a scavalcare il Milan per il secondo posto senza avere a disposizione Buffon e Trezeguet che non sono proprio gli ultimi arrivati».
L’allenatore da premiare?
«Penso a Spalletti: ai tempi della Juve ne parlai anche a Giraudo e Moggi quando lasciai. C’è da segnalare il suo grande lavoro compiuto nel momento di maggiore difficoltà della Roma, subito dopo la partenza falsa in campionato. Ha dimostrato in quella circostanza carisma, personalità, duttilità nel cambiare disegno tattico e ha ritrovato il bandolo della matassa. Poi vengono Zenga e il suo Catania con Gasperini e il Genoa».
Negli ultimi tempi ha tirato le orecchie ai calciatori: perché l’ha fatto?
«Perché mi accorgo che la categoria deve fare ancora progressi in questa direzione per essere all’altezza dell’Europa. E perché noto che il comportamento con arbitri italiani e stranieri è diverso: con i nostri protestano, con i loro colleghi stanno zitti e mosca. Ai mondiali poi basterà una protesta fuori posto per restare in dieci: e non voglio correre rischi del genere».
Su Amauri ha deciso?
«Ho parlato con l’interessato una sola volta e sono stato chiarissimo: diventa italiano e vedrai. Non voglio fare altre pressioni. Sarò di parola».