Ibrahimovic e Nedved più forti anche delle barelle

Oscar Eleni

da Torino

Fiumi di porpora cercando una faccia giusta nell’umido di uno stadio che sembra non avere anima, isole di cemento per gatti randagi spolpati alla casa. Eros Ramazzotti canta per il cuore juventino qualcosa che sembra ispirare la notte di chi almeno osa. Il bianco che abbraccia il nero. Sassata di Zlatan Ibrahimovic convertita in oro da Trezeguet, francese che conosce i passi del tango argentino per fare agguati. Poi ci pensa Nedved, nello stesso momento in cui, per due volte, beffa la barella. Le prende, cade, urla, impreca, minaccia, ma rifiuta di andarsi a sdraiare.
Lui come Ibrahimovic, che preferisce uscire zoppicando, prima di tornare a battersi e poi cedere definitivamente. Sembra un gioco crudele per i portantini che sognavano la foto. Ibra sfugge alle loro mani e quando lo fa Nedved è per colpire su punizione.
Tempista, il boemo, che smitizza le critiche. Stai facendo il conto sulle parole sagge, troppo sagge del guerriero e ti domandi se tanta calma interiore non abbia tolto qualcosa al terribile guastatore, ma ecco che il suo lamento, quel furore che gli scatta dentro, fa dimenticare i passaggi sbagliati, gli affondo esagerati, perché ha tenuto polvere per scarpe che sono state anche d’oro e che ultimamente apparivano o troppo piccole, o troppo grandi.
Marchiati e marcati, ma per fortuna della Juventus, almeno nel primo tempo, se la prendono soltanto con i barellieri, per il resto pensano ad essere concreti, pensano e questo è importante quando Ibra capisce che non ha senso far prendere freddo a Del Piero che si era già spogliato, anche se per un attimo, uno solo per fortuna di tutti, vuole tornare dentro per andare a cercare chi gli ha camminato sulle caviglie, ma sono stati in tanti anche se poi la gente se la prende sempre con il più visibile dei generosi, il Materazzi dalle due anime a cui puoi dire tutto meno che dimentichi che cosa vuol dire combattere.
Il bianco che abbraccia il nero è Kovac mandato dentro per sostituire Lilian Thuram quando la curva dedicata all’imperatore Adriano si scalda intonando Pazza Inter perché in molti tengono nelle tasche il filmino della rimonta dell’anno scorso a San Siro.
Il lamento della barella per questi juventini che cadono e non vogliono farsi portare al caldo in santa pace. Anche Lilian Thuram, che nel pattinaggio sull’erba bagnata ha sentito stirarsi tutti i muscoli del distretto nel quadricipite sinistro, preferisce andarsene girando largo, senza aspettare panni caldi, un comodo giaciglio.
Serata maledetta per giustificare la troppa gente che sta intorno al campo, luce su questi infortunati eccellenti che tolgono luce dalle parti del campo dove c’è il fosforo, perché Vieira ed Emerson meriterebbero di veder riconosciuta la loro vittoria strategica per cancellare Pizarro, limitare Cambiasso, facendosi aiutare da Camoranesi. La Juventus che non si fida prova ad alimentare il fiume di porpora per vivere d’angoscia contro le quattro punte che Mancini mette nel costato di Fabio Capello. La sfida fra i due non tanto adorabili nemici vive proprio sulle differenze di pelle, di sofferenze per l’esistenza. Fabio massimo affidandosi a tutti quelli che corrono, persino Del Piero che sembra una foglia d’autunno, cercando di sostenere Christian Abbiati che ieri ci ha messo la faccia, ci ha messo le mani, coraggioso abbastanza per non farsi considerare un portiere prestato dal buon cuore altrui.
Per Mancini, che sognava di trasformare l’acqua in vino come l’anno scorso, la sofferta ricerca dell’attacco spavaldo, con il sorriso ironico di chi, finalmente, ha chiarito che cosa serve Veron nella sua squadra, un modo tutto speciale di andare a sei punti dalla Juventus. Capello che impreca, litiga con Paparesta, Mancini che si alza e guarda il nemico dicendo sei sempre lo stesso, ma in realtà comprendendo bene che questa Juventus ha imparato a vivere in tutte le paludi, perdendo uomini chiave, trovandone altri per strada, sfruttando quello che cade dall’albero, cucinando con quello che serviva. Mancini e il suo tocco in più, Capello e la sua splendida capacità di trasmettere energia positiva in ogni momento della lotta nell’arena. Gambe forti, gambe molli e nessuna pietà per i barellieri.