Ibrahimovic fa "trenta" e va in crisi E' di nuovo il re degli eterni scontenti

Lo svedese si dice pronto a smettere al top come fecero Platini e
Cantona È il calcio degli insoddisfatti con le valigie in mano: da
Montolivo a Tevez. Outing choc, l’agente Raiola: "Magari chiude tra un anno e mezzo"

Milano - «Il pallone non mi brucia più dentro».
Dal ritiro svedese dove sta preparando la doppia sfida con Finlandia e Olanda, Zlatan Ibrahimovic ha detto che è stufo: «É tutto routine, vado al campo, mi riscaldo, mi alleno, faccio la doccia, torno a casa. Mi sono stancato, non mi vedrete con i capelli bianchi, smetto prima, faccio già fatica ora.

Se avevo un dolore riuscivo a calciare in porta anche da quaranta metri. Adesso non è più così». Un outing che fa notizia perché si tratta di Ibra, un duro, carattere d’acciaio, il calcio nasce prima in testa e poi nei piedi e lui ne è l’ultimo prototipo, mezzo gangster e mezza ballerina come lo definivano a Barcellona: «Non è più così, ci sono altre cose, prima tutto ruotava interno al pallone, adesso non mi fermo più come una volta per migliorare qualcosa, non mi diverte più farlo». Al Milan non è allarme rosso, almeno ufficialmente, il suo procuratore Mino Raiola è addirittura seccato: «Ma come leggete le dichiarazioni di Ibra? No, non è così, non ha detto che smette domani. Ha detto che non ha più 27 anni, che il suo fisico reagisce in modo diverso.

Io esalterei uno che rilascia queste dichiarazioni, pensate a Totti che è lì a rincorrere un nuovo contratto, o Del Piero che non riesce a smettere. Lui è diverso». E allora secondo lei quando smette Ibra? «Magari fra un anno, un anno e mezzo, deciderà lui». Sta invecchiando? Si sente malconcio? È deluso? È sazio? Gli dà fastidio Pato? È seccato perché gli hanno consigliato di passare dal barbiere? Non ne faremmo una tragedia, magari ha solo lanciato un segnale ai suoi paesani: con la Svezia non rischia mai di vincere, che lo lascino a casa. Fino a ieri era il bullo, adesso non è il volto umano del Duemila, hanno smesso in piena efficienza tipi come Michel Platini, Eric Cantona e Zinedine Zidane, la domenica dopo palla al centro giocavano gli altri. Diverso se c’è un malessere, ma non ci sono prove, Ibra mentre parlava di queste cose sorrideva, Gianluigi Buffon sembrava più preso: «Sono depresso, non me ne frega niente di essere Gianluiigi Buffon». Gli misero una psicologa al fianco, era schiavo di se stesso.

Niente a che fare con i malumori degli altri eterni scontenti. Anche se dietro alle zoccolate di Daniele De Rossi si fatica a credere ci sia solo una questione di soldi, circa 500mila euro. L’americano gli ha proposto un quinquennale che con bonus e premi arriva a oltre cinque milioni, lui ne vuole sei perché il City di Roberto Mancini è pronto a offrirglieli. Adesso è tranquillo, ha trovato una nuova compagna, la londinese Sarah Felberbaum, ha superato la crisi, a Roma sta bene, e allora? Cinquecentomila euro? «Si è parlato troppo del mio contratto che la Roma avrebbe dovuto chiudere molto prima. C’è una situazione di stallo ma arriveremo a una soluzione che accontenterà tutti, anche se mi affascina l’idea di giocare in Giappone, negli Stati Uniti o in Cina». Dai, non è una cosa seria, però non firma. Come Riccardo Montolivo, un muro fra lui e la Fiorentina, una bella storia con tanto di minacce di morte. Il centrocampista vuole andare a giocare in una squadra che lo faccia vincere: «Nocerino al Nou Camp?».
Della Valle lo ha svergognato in pubblico e adesso a Firenze fanno lo spoglio: chi è più simpatico fra i due? Su Tevez c’è in corso un’inchiesta, Roberto Mancini ha detto che si è rifiutato ad entrare in campo, l’argentino è perennemente immerso in un frullato di petardi e il suo procuratore lo difende: «É tutta colpa dell’interprete - ha spiegato Kia Joorabchian - ha travisato le parole di Carlitos al termine della partita.

Lui non si è mai rifiutato di entrare in campo». Uno più fuori dell’altro. Intanto Mancini ha detto che non lo vuole più vedere e i citizen lunedì sera hanno bruciato un manichino con la maglia numero 32, la sua. Per Angel Di Maria una pura questione di orgoglio, come Josè Mourinho l’ha messo in panchina, lui è andato da Florentino Perez e gli ha chiesto il doppio dell’ingaggio, altrimenti se ne va. È normale? Adesso Ibra al prossimo allenamento con la Svezia rifila un altro calcio a Christian Wilhelmsson, e tutto torna come prima. Forse.