Gli iceberg di Prodi

Una Pasqua complicata quella che si appresta a vivere il governo Prodi. A cominciare dalla politica estera in cui la giusta autonomia rispetto agli alleati di sempre, e cioè gli Usa, si sta trasformando in un pasticcio senza fine. Cinque terroristi talebani liberati, infatti, non sono qualcosa che può essere facilmente digerita. In particolare se avviene in pompa magna e dopo che la trattativa è stata messa nelle mani di un signore rispettabile, Gino Strada, ma pur sempre inadeguato a gestire politicamente una situazione così complessa. Le conclusioni sono sotto gli occhi di tutti. Una crescente freddezza con i nostri alleati europei ed americani, la decapitazione dell’autista di Daniele Mastrogiacomo, una nuova richiesta dei talebani di liberare altri terroristi in cambio del rilascio del suo interprete e l’arresto da parte dei servizi afghani del maggior collaboratore dello stesso Strada. Tanto per capirci, cosa mai oggi potremmo consigliare al governo di sua maestà britannica per liberare i quindici marinai sequestrati dalla Marina iraniana?
La salvezza di Mastrogiacomo è stata una cosa importante, ma in questi anni molti altri sequestrati sono stati liberati senza introdurre soverchie incomprensioni nel rapporto con i nostri alleati né tanto meno vantaggi politici ai talebani o ad altri terroristi. Ed è sgradevole l’atteggiamento di Fassino che per giustificare il comportamento del governo in questo frangente dichiara che è stato un errore non aver liberato all’epoca Aldo Moro in cambio di un brigatista.
Una sgradevolezza, però, che fa emergere un’altra verità. Se la linea della fermezza fu adottata dalla vecchia Democrazia cristiana per una difesa dello Stato di diritto (non dimentichiamo che cinque agenti di scorta erano stati massacrati nel sequestro Moro) per il Pci, invece, aveva fatto premio la «ragion politica», quella, cioè, di non veder riconosciuto alla sua sinistra un nuovo soggetto politico come sarebbe accaduto se lo Stato avesse trattato con le Brigate rosse. Noi ne siamo stati sempre convinti e oggi la marcia indietro di Fassino ne dà la prova del nove.
Ma la difficile Pasqua del governo non si ferma alle questioni internazionali. L’iniziale rallentamento della crescita economica, la riforma delle pensioni, le manifestazioni in Val di Susa contro l’alta velocità e la presentazione del conto salato delle Ferrovie dello Stato (aumenti delle tariffe tra il 22 e il 40 per cento e richiesta di nuovi trasferimenti dallo Stato per quasi 5 miliardi di euro in quattro anni), lo sciopero del pubblico impiego sono solo alcuni dei grandi iceberg che marciano in rotta di collisione con la nave di Romano Prodi. Probabilmente l’uscita da queste difficoltà avverrà in una sola direzione e cioè frenando una ripresa economica ancora troppo fragile. L’esatto contrario di ciò di cui l’Italia avrebbe bisogno. La nostra non è né vuole essere una polemica strumentale. Sappiamo bene che milioni di italiani tra pensionati, dipendenti privati e pubblici, precari e lavoratori autonomi hanno difficoltà a vivere con stipendi e redditi tra 800 e 1.200 euro al mese, con pensioni largamente al di sotto dei mille euro, ma la risposta è solo una, una crescita economica in linea con la media dei Paesi della zona euro. Per realizzarla c’è bisogno innanzitutto di grandi investimenti pubblici in opere e manutenzioni che oggi più che mai languono e di forti agevolazioni fiscali verso le piccole e medie imprese per attivare investimenti privati nei prossimi 18-24 mesi. E se un sacrificio si deve chiedere per contenere la spesa corrente a chi ci si può rivolgere, oltre che agli enti locali, se non a quanti già hanno un posto di lavoro a tempo indeterminato invitandoli a lavorare qualche anno in più elevando l’età pensionabile?
Solo così, oltre che con la lotta all’evasione fiscale ma non con la vessazione, si avranno le risorse per aumentare le pensioni minime, gli stipendi, i redditi e l’occupazione. È vero che la strada è tutta in salita, ma il governo sembra non voglia neanche tentare di incamminarsi in questa direzione. L’unica cosa che Padoa-Schioppa graziosamente ci ha promesso l’altro ieri a Cernobbio è che a fine anno non avremo maggiori tasse. Ma un mese fa il governo non aveva detto che il prelievo fiscale su famiglie e imprese alla fine dell’anno sarebbe diminuito? Se tanto mi dà tanto, è bene non dormire sonni tranquilli e incalzare da vicino il governo e i suoi ministri.
Geronimo