Idea di Bersani per il Pd: "Sarà una bocciofila"

L’aspirante segretario: "Non voglio il Pci, ma un’associazione con
delle regole in cui non è che puoi fare come vuoi". Ma nel partito
continua il corpo a corpo. Fassino attacca D’Alema: "Si definisce
statista, poi teme la Serracchiani"

Roma - Il Pd? Per Pierluigi Bersani deve diventare «come una bocciofila». Non come ragione sociale, ovviamente, quanto come modello di «associazione che funziona», nella quale «ci sono delle regole e non è che puoi fare come vuoi».

Nell’odierno Pd post-veltroniano, e questo è il refrain su cui sia Massimo D’Alema che il candidato Bersani battono e ribattono, le regole invece non ci sono, c’è solo il «leaderismo» e quello che l’ex ministro degli Esteri ha definito «una sorta di berlusconismo debole». Un «partito liquido» cui Bersani dice «basta»: «Non voglio il Pci - assicura - ma una associazione che funzioni: voglio fare l’Avis, o una bocciofila». Perché «se stai in un’associazione devi anche accettare alcune autolimitazioni, serve un po’ di disciplina e di meccanismi che garantiscano la partecipazione». E invece «finora ce ne siamo dimenticati».

Un partito da rifondare, insomma, perché «finora la nostra politica è stata affidata ad una galassia priva di incisività reale». Bersani chiede di «abbassare i toni» del confronto interno, ma avverte: «Però non accetto gli anatemi e la mancanza di rispetto». E mancanza di rispetto è anche descriverlo quasi fosse «il burattino di D’Alema»: «Non sono più un giovanotto, come d’altronde mi viene rinfacciato, e alla mia età si è usciti dalla culla». Niente tutela dalemiana, dunque. E molta sicurezza di farcela: «Conto di vincere perché penso di avere in testa qualcosa che può essere utile, credo di avere delle idee e che questa sia l’occasione per darci una linea che si capisca».

Lo scontro congressuale comunque rimane molto duro. Franceschini era tentato di rispondere direttamente al duro attacco mossogli da D’Alema, dal palco della festa ex Unità, ma poi ha preferito lasciare il compito a un Ds, in passato molto vicino all’ex ministro degli Esteri, come Piero Fassino. Che non vi va leggero: «D’Alema si è definito uno statista, e ha paura della Serracchiani? Si chieda piuttosto perché Debora ha preso 140mila voti». Quanto al risultato elettorale del Pd, pesantemente criticato da D’Alema, Fassino lo chiama in correità: «Quel risultato ci riguarda tutti, anche D’Alema: non ha detto di aver fatto 120 iniziative elettorali per le europee e le amministrative?». Anche l’ex segretario dei Ds, in ogni caso, chiede una moratoria del corpo a corpo: «Non abbiamo interesse ad un congresso agitato da tensioni e veleni, che avrebbe come conseguenza di inasprire i rapporti tra noi». E di rendere dunque difficile la convivenza futura tra le due fazioni in cui si è spaccato il Pd. Ieri D’Alema è tornato ad intervenire, sottolineando «l’identità forte» della destra, cui la sinistra ha saputo finora contrapporre solo une elenco di valori: un po’ poco».

Intanto si infiamma il dibattito interno sul tema della laicità. Il fronte franceschiniano mostra preoccupazione per la presenza di un terzo candidato, Ignazio Marino, fortemente caratterizzato su questo: «Non è laico, è laicista», accusa Fassino. Mentre Bersani accentua la sua posizione sul tema, e spiega che proprio la mancata chiarezza sulla laicità «ci ha fatto perdere un botto di voti». La presenza di Marino e l’appeal che la sua candidatura può avere, appannando la «novità» della Serracchiani, potrebbe influire sugli equilibri congressuali. Rendendo più difficile ai principali candidati raggiungere il 50% dei voti alle primarie, e costringendo ad un terzo round in Assemblea nazionale. Dove i voti di Marino finirebbero però per convergere in gran parte su Bersani, piuttosto che sull’ex Ppi Franceschini.

Intanto la candidatura del chirurgo potrebbe raccogliere endorsement inaspettati: Sergio Chiamparino, che ha lasciato molti orfani dopo il suo ritiro dalla corsa, sarebbe intenzionato a manifestare la propria simpatia per il chirurgo e la sua piattaforma congressuale. Non esattamente una dichiarazione di voto, ma di certo un modo per evitare di schiacciarsi su Bersani o Franceschini. E per tenersi di riserva in caso di totale impasse del Pd, al termine di questa lunga e sanguinosa maratona congressuale.