Identificati gli assassini di Raciti. Sventato un attacco alla Questura

L’indagine porta a due minorenni e a un membro di Forza Nuova che è già stato arrestato Gli ultrà preparavano una bomba contro la polizia

Catania - La soffiata è secca, precisa, riscontrata. Considerata attendibile perché proveniente da un confidente di vecchia data assai bene inserito negli ambienti criminali dell’hinterland etneo: «Accura ca c'è savvata na' bumma ppi vuatri, attacastivu troppi cristiani». State attenti, stanno preparando un attentato, una bomba, per gli uffici della Squadra Mobile (in via Ventimiglia) perché avete arrestato troppi ragazzi. La novità dell’ultim’ora è la resa dei conti meditata dagli ultrà. Una ritorsione in risposta a retate e perquisizioni che stanno rendendo la vita impossibile ai malacarne che vivono di tafferugli e malavita. Altro che bombe carta, pietre e catenate: quando il gioco si fa duro, i duri rossoazzurri hanno già dimostrato di saper giocare pesante. L’allarme arriva nel momento in cui la polizia dichiara chiuse le indagini sull’omicidio dell’ispettore Raciti: all’aggressione hanno partecipato due minorenni. Nei riscontri investigativi spunta poi il nome di Alan Di Stefano, esponente di Forza Nuova, arrestato nel pomeriggio di ieri.
La bomba alla Mobile
A metà mattinata il circostanziato progetto di ritorsione finisce direttamente sul tavolo del capo della Mobile e si trasforma in una segnalazione «alle superiori autorità» per le «valutazioni del caso». L’allerta scatta immediata negli uffici dove i picciriddi ripresi nei video della Digos vengono torchiati a centinaia, mentre fuori i genitori si mostrano preoccupati dalla voglia di rifarsi della polizia in lutto. «Segnale preoccupante», commentano gli uomini incaricati di dar la caccia ai teppisti tra i muri di San Cristoforo e Librino, Picanello e Zia Lisa, Piazza Dante e Castello Ursino.
L'ultrà nonno
Fra i 35 nastri visionati dalla polizia scientifica ce n'è uno surreale. La telecamera inquadra un’anziano che all’angolo di piazza Spadini assiste impassibile agli scontri. Davanti ha un contingente di polizia, di lato gli ultrà in ritirata. Quando il gruppo di tifosi torna alla carica il vecchietto ne approfitta per chinarsi a terra, raccogliere alcune pietre e lanciarle agli agenti schierati. Il video registra la reazione della Celere alla carica dei teppisti e il finto malore del nonnetto ultrà, messo in salvo dagli agenti. Tempo 10 minuti e l’anziano signore torna al punto di partenza camminando lentamente. Con l’avvio di nuovi scontri anche lui ricomincia a bersagliare i poliziotti, poi scompare.
Il capotifoso pentito
A innervosire le frange ultrà più radicali sono le incursioni degli sbirri che a botta sicura dimostrano di sapere dove colpire. Com’è possibile, si chiedono i supporter, che guardando un filmato sappiano subito nome e cognome della persona immortalata nelle immagini? Passi per i diffidati, con precedenti specifici o gli altri già noti alle forze dell’ordine, ma gli incensurati dell’intifada di Sant’Agata com’è stato possibile identificarli in meno di 24 ore? La risposta è scontata: qualcuno dei nostri collabora con il nemico. È un noto capoultrà che per garantirsi l’impunità (lo spettro della contestazione dell’associazione per delinquere pare funzioni) da giorni visiona i filmati insieme ai poliziotti dando nome, soprannome, gruppo di riferimento, indirizzo, numero di telefono alle persone via via segnalate nei fermo-immagine. La sua collaborazione si sta rivelando preziosa.
Cose da «pazzi», e non solo
Sarebbero quattro, massimo cinque le sigle ultrà intorno alle quali orbiterebbero gli ultimi fermati nonché i minorenni sospettati della sprangata all’ispettore. Sulle sigle nel mirino la Digos si cuce la bocca ma chi è addentro all’ambiente restringe ormai la ricerca a «Pazzi», «Ucn», «Irriducibili» e soprattutto all'«Anr» il cui simbolo (due leoni e la Trinacria) viene rinvenuto sempre più spesso nelle case dei presunti baby guerriglieri. All'Anr sarebbero vicini gli ultimi minorenni portati di peso in Questura perché sorpresi a lanciare pietre cantando un jingle da stadio a mo' di «ce-le-ri-ni as-sas-si-ni». Oltrepassato il varco blindato della Mobile, una di queste giovani belve ha arrancato su per le scale come una pecorella smarrita. Un buon pastore in divisa l'ha fissata negli occhi, se l'è messa sottobraccio e le ha sussurrato all’orecchio: «Che fai figliolo, adesso piangi? Hai perso coraggio e voce? Dimmi, com’è che non canti più la canzoncina?».
gianmarco.chiocci@ilgiornale.it