GLI IDEOLOGI E IL PAESE REALE

Lungi da noi il voler strumentalizzare una manifestazione che non voleva essere contro ma per qualcosa. Non vi è dubbio che chi è andato a Roma intendeva innanzitutto difendere la famiglia, attaccata non solo dalla politica, ma da tutto un clima culturale ben più vasto e ben più insidioso.
Tuttavia, sarebbe bizzarro negare che un milione di persone in piazza è anche un segnale forte e chiaro al governo. Sulle politiche per la famiglia il popolo di piazza San Giovanni ha sicuramente idee differenti da quelle della maggioranza che regge l’esecutivo. Sarebbe suicida, per Prodi e i suoi alleati, non tenerne conto. Tanto più che c’è un precedente molto vicino nel tempo: due anni fa, al referendum sulla procreazione assistita, gli italiani dimostrarono di pensarla ben diversamente da come la pensano i partiti di sinistra e la stragrande maggioranza dei cosiddetti opinion-maker che la fanno da padroni sui nostri media.
E poi. Per quanto ci si possa sforzare di non politicizzare la manifestazione di ieri, non vediamo come sarebbe possibile ignorare un altro - fortissimo - segnale politico: la crepa che si è aperta all’interno della stessa coalizione del centrosinistra. Anzi: all’interno della stessa sinistra.
La frattura, infatti, non è solo tra i cosiddetti teo-dem e la sinistra radicale; tra i ministri (come Mastella e Fioroni) che erano in piazza San Giovanni e quelli che, viceversa, erano in piazza Navona. La frattura è anche, ripetiamo, all’interno della stessa sinistra. Dalla manifestazione per il «coraggio laico», più che attacchi alla Chiesa, sono arrivati attacchi ai Ds, pilatescamente assenti a entrambe le manifestazioni. In effetti l’atteggiamento del partito di Fassino è curioso. In un giorno in cui in due piazze si manifestava su tematiche non proprio irrilevanti per la vita di tutti gli italiani, i Ds hanno scelto la diserzione. Né di qua, né di là. Evidentemente su questi temi non hanno nulla da dire.
È una scelta che ha ovviamente scontentato tutti. Ha scontentato la sinistra, che si interroga su come possano coesistere gli ex democristiani e gli ex comunisti nel futuro Partito democratico, che nasce già spaccato su questioni centrali. E naturalmente ha scontentato anche i cattolici, che in verità sull’appoggio dei Ds non si facevano alcuna illusione.
I cattolici, infatti, sanno bene che su certi temi sono più tutelati dal centrodestra. Ieri Berlusconi si è chiesto come possa, un cattolico praticante, votare per la sinistra. Come da copione, è stato subissato di critiche quando non di insulti. Ma quel che ha detto è di una verità tanto evidente da risultare perfino banale: è fuori discussione che su famiglia, aborto, fecondazione assistita, eutanasia, scuola privata e un’infinità di altre questioni i cattolici siano più in sintonia con i governi di centrodestra. Ironizzare - come fanno da sinistra - sulle situazioni personali di molti esponenti del centrodestra può essere efficace da un punto di vista propagandistico, ma non cambia la realtà delle cose. E la realtà è che la stragrande maggioranza dei cattolici preferisce votare per il centrodestra perché quando si entra in un’urna elettorale non si valuta la santità personale dei candidati, ma ciò che questi candidati, a livello legislativo, faranno. Senza contare che chi contesta ai leader del centrodestra un’incoerenza tra i valori dichiarati e (ad esempio) la propria situazione matrimoniale, dimostra di non conoscere un principio elementare della dottrina cattolica. Secondo la quale il «peccato imperdonabile» (parole di Gesù nel Vangelo) non è sbagliare, ma sostenere che l’errore è verità, e che la verità è l’errore. Ma qui ci fermiamo perché sarebbe un discorso troppo lungo. Basti, a riprova di che cosa pensi veramente l’elettorato cattolico, un fatto oggettivo: con la Cdl al governo una simile manifestazione di cattolici non la si era mai vista.
Ieri Prodi - un altro che in un giorno del genere ha pensato bene di fuggire, trovandosi un fondamentale impegno a Stoccarda - ha cercato di dare a Berlusconi una lezione su che cosa significhi esattamente «essere cattolici». Ma cosa intenda lui per essere al contempo un cattolico e un politico, lo ha ben chiarito quando ha detto di vivere la propria fede «in modo strettamente riservato». Prodi può dire ciò che vuole, può anche andare a chiedere - come ha fatto - i voti ai parroci prima delle elezioni. Ma il cattolico crede che la fede non sia affatto una questione «riservata», ma qualcosa che va «gridata dai tetti».
Prodi sarà senz’altro, nella vita privata, un buon cattolico. Come lui, tanti altri che stanno nella sua maggioranza. Ma agli elettori della vita privata interessa fino a un certo punto. Interessa invece sapere quanto e cosa un politico cattolico riesca a ottenere, stando in un governo con la sinistra, su questioni che il Papa ha definito «non negoziabili». La risposta è scontata: niente.
Michele Brambilla