«Ideologie? Qui manca pure l’identità»

Walter Siti: «L’esasperazione, le risse, il disagio sono frutto di impotenza e paura. E i borgatari lottano per il controllo del territorio»

La tangenziale è la coda di un drago e sfiora i palazzoni di cemento. Se guardi fuori dalle finestre te la ritrovi in faccia. I clacson delle sette del mattino sono un concerto a cui prima o poi ti abitui. Il Pigneto, sdoganato da un pugno di registi e scrittori, porta ancora il vestito della borgata. Non riesce ancora a darsi arie da intellettuale. L’uomo del raid, raccontato da Carlo Bonini su Repubblica, con i suoi quasi cinquant’anni, il capello brizzolato, l’avambraccio con il volto del Che e la Lacoste rossa, è un pezzo di vita di questa lunga strada che taglia Casilina e Prenestina. È uno del Pigneto e vede il mondo con quella lingua indolente, stanca, sempre pronta a accarezzarti e a fregarti, che ha smesso di credere a tutto da qualche migliaio di anni. «Adesso ti racconto la verità prima che mi si bevono. Perché la verità è rivoluzionaria. La politica non c’entra un cazzo. Destra e sinistra si devono rassegnare». Quella lingua il professor Walter Siti la conosce bene. È quella riarsa da Pasolini. È quella del suo ultimo romanzo Il contagio (Mondadori), dove le case dei borgatari sono aperte, con mariti bombati e mogli in offerta.
Borgate razziste?
«Borgate in cerca d’identità. Il razzismo, che viene da molto lontano, sedimentato, c’è magari verso gli zingari. I diversi di sempre, narrati come ladri, rapitori di bambini, sporchi, infidi».
E con gli altri?
«Molto superficiale. Non ci sono contatti. Sono come due liquidi nello stesso recipiente, ma non si mescolano».
E le risse, il disagio, l’intolleranza?
«Bisogna fare un po’ di distinzioni. Indiani, cingalesi e anche i cinesi arrivano in Italia con le famiglie. Vivono chiusi e non frequentano i romani. Romeni, albanesi e nordafricani, di solito, arrivano qui da soli. La sera si riuniscono davanti a qualche bar o ai supermercati, dove alcol e birra costano di meno, per bere. È con loro che avvengono gli scontri. Qui scatta la difesa del territorio. Ci sono i ragazzotti che vedono gli stranieri stravaccati sul loro muretto. E dicono: questo è nostro, ve ne dovete annà, sloggiate, tornatevene a casa vostra».
Non c’è la paura? La difesa delle donne? Sentirsi minacciati dallo straniero, dal clandestino che stupra, ruba e ammazza?
«È chiaro che c’è anche l’esasperazione. L’idea che possano scippare la madre o stuprare la figlia, la moglie, la fidanzata fa scattare l’orgoglio del maschio che difende il suo territorio. Spunta il razzismo, ma non è politico. Io mi sono ritrovato a chiacchierare con vecchi signori cresciuti nelle sezioni del Pci e anche loro a ogni stupro a ogni violenza dicevano: come fai a non diventare razzista? Ma è un problema di scarsa elaborazione culturale non di ideologia. Il nero non fa paura. Ho visto famiglie autotassarsi per far operare un bambino di colore. È un’altalena di rabbia e solidarietà».
In Contagio lei scrive: la borgata è un essere multiforme, dove la «sola forma di fiducia è l’indolenza, il solo pubblico ministero è il fatalismo». C’è più disinganno, quindi, che furore ideologico?
«Roma non è Parigi. Le borgate non sono le banlieue, dove gli immigrati di seconda generazione hanno ormai una propria lingua. Lì c’è lo scontro e il furore. La vecchia Roma convive con l’indolenza».
Ci sono stati scontri alla Sapienza e si è tornati a parlare di autonomi e naziskin. Crede anche lei al ritorno degli opposti estremismi?
«No. Non c’è lo stesso clima degli anni ’70 e ’80. Allora il furore ideologico serviva a molti. Era utile a diversi interessi. Non credo all’effetto Alemanno. L’unico interesse della destra è governare. È l’occasione attesa per anni. Alemanno è il primo che ha tutto l’interesse a spegnere le fibrillazioni neofasciste».
Ma le borgate sono di destra?
«La borgata sogna. Si specchia nelle vetrine dei centri commerciali e negli schermi della tv. Si lamenta, si compiace del fallimento e spera nel riscatto. Il resto non conta».