È un «Idomeneo» manierista e dal respiro corto

Alberto Cantù

da Milano

I paradisi mozartiani hanno munitissime porte e sono in pochi a possederne le chiavi. Oltre ad essere ben serrati, i portali di Idomeneo, Re di Creta sono un’infinità. Quelli di chi, drammaturgo nato, a venticinque anni e dopo avere aspettato per un lustro una scrittura operistica, può finalmente comporre una grande opera per un grande teatro (Monaco) con la più grande e moderna orchestra del tempo.
Ne nasce un’opera esplosiva per ricchezza (gli strumenti concertanti) e varietà sinfonico-timbrica (una voce e un clarinetto hanno pari e distinto rilievo). Il divenire sonatistico fa divampare e pensiona, in un meraviglioso olocausto, sia la vecchia opera seria belcantistica «all’italiana», dominio dei castrati, sia l’aulica e severa quanto spettacolare tragédie lyrique francese: con balli, cori e macchine sceniche.
Idomeneo è così una partitura la cui misura è la dismisura - irripetibile per lo stesso Mozart: ne avrà nostalgia lungo tutta la breve vita - anche nello sviluppare analiticamente gli «affetti» della parola, la psicologia dei personaggi e i sentimenti, la pregnanza delle situazioni tra recitativi «secchi» (col cembalo) da leggere al microscopio e soprattutto recitativi «accompagnati» dall’orchestra di spessore e varietà sconvolgenti, fra ariosi, arie, brani d’assieme e cori con cui Mozart sfida se stesso e la tradizione.
Questo è per noi Idomeneo. E se una recensione, lungi dal corripondere alle tavole della legge, rispecchia una determinata cultura, un gusto e una sensibilità specifiche (e magari diverse da altre), il nostro resoconto dell’Idomeneo che ha inaugurato ieri la Scala ci trova distanti dalla lettura del ventinovenne concertatore e direttore Daniel Harding, per la prima volta alla testa dei complessi milanesi così come «debuttanti» di lusso erano il regista franco-svizzero Luc Bondy e il costumista Rudy Sabounghi nonché la maggior parte dei cantanti.
Al dunque. Con il suo robusto sinfonismo, con quegli accordi di energici e ripetuti, folate cromatiche, sferzanti volatine degli archi e il rigoglio severo di trombe e timpani, l’Ouverture «ambienta» il dramma e ne è chiave anche per la sua forma. Quella che ritroveremo quasi sempre nelle arie: in due parti ma la seconda ripresa non uguale bensì con trasformazioni e sviluppi pur liberissimi (il sonatismo di Mannheim) che ulteriormente arricchiscono e sfaccettano l’espressione.
Harding (vedi sopra le questione di cultura e gusti individuali) vuole e ottiene, da un’orchestra che lo segue con convinzione, archi leggeri, dal suono corto e poco vibrato. Archi quasi «barocchi» come i timpani sbatacchianti o gli effetti di staccato. Risultato: un respiro corto - gli accordi senza energia - e un’espressione generica salvo certe felici sottolineature delle parti più cantabili e dolenti o - più oltre - l’eleganza della Marcia (atto primo) o la limpidezza gentile con cui apre (dopo il taglio della Ciaccona corale: perchè?) il secondo atto. Anche il bell’assecondare e sospingere «Vedrommi intorno» di Idomeneo e le morbidezze fluenti dello stellare «Andrò ramingo e solo».
Fatto sta che questo modo del direttore inglese di concepire suono, articolazione, fraseggio - dice a Milano: «voglio suoni corti, duri, senza vibrato, incalzanti» - in Harding lo abbiamo ritrovato (concerti a Milano e Salisburgo) anche nel repertorio romantico tedesco che con il Barocco nulla ha da spartire. È dunque una «maniera», non un fatto interpretativo. Quanto ai recitativi, che Mozart voleva pieni di «spirito» e «fuoco», chi è soave e chi tenero, chi eccitato e chi energico senza quel denominatore comune chiamato direttore d’orchestra. I fiati difettano di patetismo nella «musica delle sfere» di «Se il padre perdei» tra l’altro con un andamento molto slentato, lo schematismo ritmico mortifica «Fuor dal mar». Eccetera.
Idomeneo, dunque, con Bondy e Sabounghy, che rifiutano tridenti, macchine ed effetti spettacolari (Nettuno è una fugace proiezione luminosa vista di spalle; il mostro marino un disgustoso polipaccio-Polifemo del cui sangue Ilia si sporca la tutina) e lavorano molto bene sul coro-personaggio che muove e dispone ad arte (anche nere, suggestive silhouettes) coi suoi abiti di lutto e dolore anni Cinquanta. La recitazione oscilla fra lo «straniato» alla Brecht - Elettra è in gramaglie ma col bianco velo da sposa, Ilia ha un velo nero sul candido vestito - e certo iperrealismo che talora tocca la parodia comica come nello svenimento di Idomeneo che proprio non può togliere la vita al figlio.
Stilizzata marina, sabbia, verde e azzurro, cielo e nubi ovvero scena spoglia ma come a non voler prendere partito. E lo tsunami si riduce a un po’ di fumo e luci, a una svirgolettata di nuvole con un po’ di detriti post turisti sozzoni. Ci sono una duna rocciosa a sinistra e un’altra a destra da cui entrano i personaggi che escono da un palco di proscenio. Troppa recitazione viene portata al proscenio, sul lato destro, con parallelepipedi puramente funzionali nell’equilibrare l’asse architettonico. Coltelli a serramanico e lame irachene si sprecano. Il coro del mirabile Casoni risponde con duttilità ai tempi sempre non agevoli di Harding e tocca i suoi vertici espressivi in «O voto tremendo». Eccellenti risultano le voci maschili e di buon livello anche quelle femminili. Steve Davislim, vestito con la cerata della Tempesta perfetta, ha voce morbida e calda, un bel legato e sfumature, una vocalizzazione niente male anche se talvolta si vorrebbe da lui un accento più deciso. Arbace di lusso (colore, pathos, vocalizzazione impeccabile) figura il nostro Francesco Meli e del tutto in parte Robin Leggate (Sacerdote) ed Ernesto Panariello (Voce sotterranea). Idamante, vestita (vestito) da yachtman con borsone, ossia Monica Bacelli, è appassionata e varia nei recitativi, dal canto mordente e intenso, capace di chiaroscuri, come nella prima aria «Non ho colpa e mi condanni». Camilla Tilling è un’Ilia a scartamento ridotto, querula e non sempre intonata. Emma Bell è un’Elettra che sfoga bene la sua vocalità tragica, dove eccelle, ma conosce anche sfumature e ripieghi, in cui si impegna, come in «Idol mio» anche se la tentazione di cantare a voce spiegata è forte. Alla fine dodici minuti di applausi e consensi per tutti. Particolarmente calorosi per la Bell, e al calor bianco per il direttore. Qualche «buu» alla Tilling e consensi misti a dissensi per l’allestimento. Al posto del balletto, tagliato, tuoni minacciosi aggiunti, chissà perché, dal regista.