«Gli Ied, incubo di noi soldati»

Gian Micalessin

Quando l’ordigno esplose, il maggiore Steeve Kalch era su un camion dell’esercito iracheno, in mezzo ai soldati da addestrare. Era successo qualche mese prima del nostro incontro a Falluja. «Se sopravvivi hai comunque l’impressione di rimetterci una delle tue vite – mi raccontava –: quando ho riaperto gli occhi vedevo solo il cielo, pensavo d’esserci dentro, le voci dei soccorritori erano suoni lontani, ovattati, dell’altro mondo. Ero convinto di esser già lassù, di sentire da lontano le voci della terra. Sono morto, mi dicevo, e non mi ha neanche fatto male».
Gli «Ied» (ordigni esplosivi a distanza) sono l’incubo dell’esercito americano in Irak. Le prime seminarono morte nel giugno 2003. Da allora hanno ucciso 876 dei 2476 caduti americani contribuendo a oltre un terzo delle perdite totali. Lo scorso ottobre è stato il mese più tragico con 59 soldati ammazzati. Quello stesso mese - mentre chi scrive era «embedded» con la compagnia Echo a Falluja - i marines sperimentavano la nuova corazzatura per le loro jeep Humvee, una scatola d’acciaio spessa tre centimetri che chiude i tre lati del cassone. In quei cinque giorni la nostra compagnia subì cinque attacchi senza perdite e senza feriti gravi.
«Se la bomba esplode di lato e non è una bomba di più di 120 millimetri di calibro ce la caviamo, se esplode sotto qualcuno ci rimette la pelle», spiegavano i miei compagni di viaggio mentre ci appiattivamo sul cassone con l’elmetto sotto il livello dello scudo d’acciaio. Tutti gli altri congegni di sopravvivenza, oltre a quella scatola corazzata e ai finestrini di vetro blindato da cinque centimetri, sono inefficaci. Imprecisi i rivelatori di onde radio montati sulla jeep in testa al convoglio, inutili i congegni per disturbare le trasmissioni di telecomandi e telefonini, lenti i blindati sudafricani con le ruote da un metro e mezzo e una feritoia blindata sulla pancia da cui osservare il terreno.
La miglior difesa resta però la prevenzione attiva. Tutte le strade di Falluja utilizzate per gli spostamenti usuali sono controllate da punti d’osservazione nascosti sul tetto e sorvolate da aerei di ricognizione senza pilota. Le pattuglie a piedi hanno il compito di verificare ogni metro del terreno. Gli autisti riportano al termine di ogni spostamento le anomalie o i cambiamenti riscontrati nel percorso. Nonostante tutto ciò i maledetti «Ied» continuano a far strage.