«LE IENE» SGUAZZANO NEL PECORECCIO

Salvo eccezioni che confermano la regola, il via libera ai servizi piccanti scatta, in tivù, a partire dalle 23 circa, a mano a mano che l’allontanamento dalla fascia protetta (ribattezzata ironicamente pro-tetta da Blob) consente di spaziare su quelli che un tempo venivano definiti argomenti osé. Ora da osare rimane ben poco, ed è quindi oltremodo curioso che anche un programma nato anticonformista come Le Iene, non privo di un passato felicemente ribelle, ricorra al trucchetto di piazzare immancabilmente, puntata dopo puntata, uno o due servizi di genere pruriginoso, che alzino la temperatura ma soprattutto l’audience. Passate le 11 di sera, quei giocherelloni di Luca e Paolo, ora affiancati da Cristina Chiabotto, fanno la faccia ammiccante e avvisano che di lì a poco se ne vedranno delle belle, quindi bambini andate a letto e lasciate che i grandi si rifacciano gli occhi. Naturalmente la cosa non viene presentata così, perché mai le inchieste degli inviati delle Iene si abbasserebbero a scopi tanto bassi e pragmatici. No, l’intento è sempre pedagogico, istruttivo, sociologico, informativo anche se poi, gira e rigira, i servizi sono sempre gli stessi e quel che avevamo da imparare - ammesso che ne avessimo davvero bisogno - ormai dovremmo averlo imparato: che il turismo sessuale è ovviamente disdicevole, che le brasiliane non vanno certo a letto con gli italiani per amore ma per denaro (e Marco Berry si è sentito in dovere di ricordarlo anche nell’ultima puntata), che le pareti delle toilettes degli autogrill sono pieni di numeri di telefono di gente in cerca di emozioni sessuali forti, che poi confessa di farlo senza preservativo (e anche questo non si fa, ricordano naturalmente gli inviati delle Iene, ormai degni eredi di Alberto Manzi e del suo Non è mai troppo tardi). Tra una denuncia e l’altra, tra un ammonimento accigliato e l’ennesimo incontro ravvicinato tra l’inviato dal cuore d’oro e la prostituta che esercita per sfamare i figli, fa niente se poi alla telecamera scappa sempre, ogni volta, la zoomata pro-tetta, l’inquadratura su un bel paio di zinne riprese ovviamente con intento puramente sociologico-istruttivo, l’indugio documentaristico su qualche natica fremente, la panoramica ad esclusivo fine di inchiesta sul perizoma della cubista, la palpatina per diritto-dovere di cronaca sul seno della bella cubana (vero? Rifatto? Ah, saperlo!). Guai se qualcuno si azzardasse solo a pensare che tutto questo ben di Dio ci venga mostrato per altri scopi che non siano quelli doverosamente professionali propri di ogni trasmissione di denuncia che si rispetti. Anche se, quando l’inviato Berry conclude i suoi servizi con l’urlo soddisfatto «yuhuuu!», almeno qualche dubbio francamente sorge.