Ieri l’Italia ha assaggiato il Prodino

Giornata surreale, per non dire pazzesca, quella di ieri al Senato dove, alla prima votazione e neppure alla seconda, la cosiddetta maggioranza di centrosinistra, pur avendo tutti i suoi uomini e donne, compresi i senatori a vita, seduti sui loro scranni, non è riuscita comunque ad eleggere il suo candidato. La seconda votazione, poi, ha provocato lo psicodramma: poiché era chiaro che un gruppo di franchi tiratori interni al centrosinistra non aveva permesso il raggiungimento del risultato al primo colpo, si erano svolte trattative occulte, al termine delle quali i riottosi franchi tiratori sono stati invitati a mostrare e dimostrare il loro voto. Come? Semplice: firmandolo. Come si fa a firmare un voto scritto su una scheda in Parlamento? Lo si fa modificando leggermente qualcosa in modo che possa essere identificato il voto. E così è avvenuto che tre schede portassero il nome di un inesistente Francesco Marini. Benché infatti i nomi Francesco e Franco siano ritenuti più o meno identici, di fatto Marini all’anagrafe è stato registrato come Franco e non come Francesco, di conseguenza le tre schede hanno provocato una grana che l’ufficio elettorale provvisorio del Senato non ha saputo risolvere. Clamore, urla, insulti, senatori della sinistra in piedi con aria molto minacciosa, telefonate concitate, lunga attesa e alla fine il risultato letto dal presidente facente funzioni Oscar Luigi Scalfaro, il quale ha annunciato che l’elezione doveva intendersi annullata perché non era stato trovato un accordo sulle schede contestate. Rifatta la votazione a tarda notte, il risultato non è cambiato: Marini non è stato eletto.
Ma quello che va sottolineato nella giornata di ieri è il risultato politico, perché la maggioranza prodiana è completamente sgangherata e incapace di votare per se stessa sia alla Camera che al Senato, ciò che dimostra la sua inconsistenza politica, prima ancora che numerica.
Ieri il Senato della Repubblica era affollato come mai nella sua storia da centinaia di giornalisti e di curiosi che lo assediavano dall’esterno, perché è qui che si gioca la partita di questa legislatura, è qui che si decidono le sorti di un governo che non è ancora nato e rischia di abortire. La questione, infatti, che si pone adesso, indipendentemente dal risultato finale di queste votazioni, è proprio la consistenza politica della maggioranza: come può il galantuomo Carlo Azeglio Ciampi, custode geloso della Costituzione, affidare l’incarico di formare il governo al professor Romano Prodi, che vanta come propria maggioranza in Parlamento quella che ieri ha dato un così grottesco, per non dire miserabile, spettacolo di sé?
Le vicende di ieri alla Camera e al Senato hanno immediatamente messo a nudo la drammatica impotenza della maggioranza, emersa dal voto del 9 e 10 aprile, e pongono la questione della governabilità in un modo molto più drammatico di quanto già non si comprendesse soltanto due settimane fa. La costernazione delle senatrici e dei senatori della sinistra ieri era disarmante, i volti tesi e disperati, perché era a tutti chiaro che la questione non si riduceva più al risultato numerico di una votazione, ma al risultato dell’immagine politica di un centrosinistra allo sbando e politicamente inconsistente.
Il senatore Giulio Andreotti è stato il vero protagonista della giornata perché, candidato dalla Casa delle libertà come padre della patria in opposizione al senatore Franco Marini, è rimasto seduto tranquillissimo, con quel sorriso timido e cauto che spesso viene definito sornione, quando invece ci è sembrato un sorriso prudente, da persona che ha prima di tutto a cuore le istituzioni.
Il lungo testa a testa fra Andreotti e Marini ha avuto momenti appassionanti, da corsa di cavalli, con le incollature che si succedevano l’una all’altra, e quando la sinistra ha creduto di essere arrivata a 163 voti per il suo candidato, è esplosa in un comprensibile applauso liberatorio con grida, urla e saltelli di gioia. Ma la festa è rientrata poco dopo, quando si è capito che qualcosa non andava e che quei «Francesco» erano stati contestati dai senatori dell’ufficio elettorale, cosa che faceva di colpo salire la tensione perché la sinistra si rendeva conto che la faticosa vittoria che sembrava raggiunta si era improvvisamente dileguata, con l’azzeramento delle operazioni di voto. Alle ventidue, quando la votazione è ricominciata, nel Senato della Repubblica gli umori erano completamente capovolti, perché il centrodestra sentiva di avere comunque raggiunto una vittoria politica e simmetricamente, la sinistra si trovava nelle condizioni di non poter più celebrare un trionfo. E il risultato dell’aula lo ha confermato.