Iervolino: "La giunta c’è, non mollo la poltrona"

Il sindaco di Napoli dopo aver minacciato le dimissioni, si inventa
l’ennesimo rimpasto e, come fa da 30 anni, resta inchiodata al suo
potere. <strong><a href="/a.pic1?ID=318645">Nella nuova giunta sei new entry e dieci conferme</a></strong>

Roma - Le meravigliose evoluzioni del rosettismo: «Rimpasto», rimpasto, sicuramente. Anzi no, non basta: ci vuole qualcosa di più, un «rimpasto profondo», come si diceva 48 ore fa, perché a chiederlo era Walter Veltroni (e quell’aggettivo non era il titolo allusivo di qualche film porno d’epoca, ma il modo per dire che bisognava cambiare tutto). Anzi, «Forte rinnovamento» come diceva la stessa Rosa Russo Iervolino due giorni prima.

Ieri, però, il tanto annunciato cambiamento nella giunta di Napoli era già diventato un «mini-rimpasto» (la giunta che c’è, pare, dopotutto, con qualche messa a punto può andare). O meglio ancora: un «rimpasto necessario» (ovvero quello limitato alla sostituzione degli assessori indagati, autodimissionati, o suicidi, «cinque caselle», come dice l’interessata, ispirandosi al linguaggio della tombola). C’è qualcosa di veramente ammirevole nella geniale capacità inventiva e immaginifica del sindaco Rosa Russo Iervolino e delle continue evoluzioni della sua giunta danzante, elastica, flessibile, ma in ogni caso sempre e comunque inaffondabile. L’unica cosa certa è che oggi qualcosa cambierà.

Se per un attimo provi a collezionare le dichiarazioni del sindaco dell’ultima settimana, e la cosa più facile da scrivere sarebbe un articolo di satira. Un pezzo che si scrive da solo: la nave allo sbando, le inchieste che mettono mezza giunta agli arresti domiciliari, e il sindaco «indeciso a tutto», che detta condizioni a raffica, cipigliosa ma malleabile, ferma ma possibilista, come certi leader che non capiscono di essere già al capolinea finché la vettura non si schianta fragorosamente.

Poi rinunci alla satira facile e provi a leggere meglio, a cercare di capire se c’è una logica, nelle parole del sindaco, se è possibile che almeno lei pensi che ce ne sia una: «La mia posizione - spiegava ieri la Iervolino con grande convinzione nel suo comunicato della sera - resta sempre nella linea di un forte rinnovamento, non di un azzeramento, però motivato e concordato». Rinnovamento, non azzeramento, motivato e concordato. Con chi? Con se stessa, a quanto pare, prima ancora che con i vertici del Partito democratico. Di nuovo torni a leggere le parole del giorno prima: «Caro Walter, se non finisce questa tarantella, mi dimetto e si vota in primavera!». Bum. Per mezza giornata le avevamo creduto. Anche perché i toni erano davvero perentori: «Qui il Pd cambia idea ogni minuto! La mia pazienza dura ancora poche ore, al massimo fino a lunedì».

Non era vero nemmeno quello: è durata fino a domenica sera, quando il sindaco, dopo essersi auto-minacciata, si è auto-assolta. E dopo una riunione politica mattutina, ai cronisti che le chiedevano conto di ciò che aveva detto il giorno prima spiegava: «Le mie parole non erano di amarezza. Io sono una persona decisa e mi hanno insegnato che o sei dentro o sei fuori. Stare in bilico e fare la tarantella non è da me. Se le condizioni ci sono, e a oggi ci sono, si va avanti». Fra la tarantella ultimativa del giorno prima, e la tarantella rimpastativa del giorno dopo, c’è di mezzo il cambio di tempo dettato da una lunga telefonata con il segretario del Pd, Veltroni.

Che cosa si sono detti, i due? Mistero. Anche se è meravigliosa la sintesi del sindaco: «È stato un colloquio definitivo». Ancora Rosetta uno, quella masaniella di sabato sera: «Con il mio primo rimpasto ho già fatto cinque sostituzioni, e ora, dunque, non posso mandare tutti a casa!». Ma Rosetta due, quella al doppio zucchero di ieri era molto più possibilista: «È stato fatto un altro sostanziale passo avanti, l’armonia c’è ed è completa».

Insomma, un passo avanti e due indietro, un accordo di tarantella e un inchino, uno strappo e una moina, la voce grossa e quella melliflua. Rosa Russo Iervolino ha deciso di continuare a galleggiare così, assediata dai media, pungolata dal suo segretario cittadino Luigi Niccolais, sostenuta (ma anche incoraggiata a cambiare) dal leader nazionale del suo partito. La cosa interessante è che in tutti i momenti della sua tempesta emotiva di queste settimane, Rosetta si sente ferma e determinata: «A me hanno insegnato: o ben dentro o ben fuori. Stare così, in bilico, si fa... non si fa... si scioglie... non si scioglie..., fare appunto la tarantella, come ho detto ieri, non è da me».

E così la Iervolino, non potendo dar prova di coerenza nel tempo, si è inventata la coerenza nell’attimo: in ogni secondo lei si sente giustamente coerente con la sua posizione di un istante prima. Chi l’ha detto che bisogna essere fermi e coerenti anche con quello che si diceva due giorni prima? A Napoli, nella Napoli degli ultimi anni non è più scontato nulla. Se rinunci a fare un pezzo di satira ti rendi conto che quello della Iervolino è un possibile modo di governare, e che è stato il modo di governare di questi anni all’ombra del Vesuvio. La discarica si fa, anzi non si fa (una posizione coerentissima, con quella assunta negli ultimi dieci minuti), dai rivoltosi di Pianura non si va, anzi ci si va, o meglio non ha senso andarci; l’inceneritore si fa, anzi no, ma se dobbiamo proprio farlo indichiamo un posto dove sicuramente non si può fare (per costringere il commissario ai rifiuti a scegliere lui un altro posto, eh eh eh). A Napoli si è governato così, con la tarantella di Rosetta, e la sua coerenza granitica, ma a tempo.

Una coerenza a ragioni alterne, possibilmente opposte. Che poi è una grande invenzione del rosettismo: perché dicendo un giorno «basta, mi dimetto», e un altro «Tutto risolto, non mi dimetto più», la Iervolino ha almeno una certezza matematica. Almeno nel cinquanta per cento dei casi ha sempre ragione lei. E infatti lei resta granitica. Sono i napoletani che finiscono sfrantummati, come i suoi famosi assessori.