Iervolino, l’ex statista Dc che ormai sa solo strillare

Roma Se la storia e il dramma di Rosa Russo Iervolino diventassero un film ci vorrebbe un titolo alla Kieslovsky, una cosa del tipo: Le due vite di Rosetta. Perchè raramente nella storia italiana una carriera politica ha avuto un percorso così schizofrenico e apparentemente incompresibile. Basterebbe ricordare che la Iervolino diventa sindaco di Napoli che è ancora in odore di santità: è stata già ministro per una vita (fin dai tempi della Pubblica istruzione nei governi di pentapartito!), ma aveva retto bene la prova terribile del Viminale. Era stata la prima donna agli Interni, la più importante nel governo D’Alema. Ed era già inserita nei totonomine per il Quirinale, stimata, aprezzata, seria: stile sobrio e serioso, ma capace di lampi di umanità. Ad esempio quando raccontava la convivenza difficile con quel suo inconfondibile timbro vocalico che era la gioia di imitatori e avversari: «Lo so che la mia voce è brutta, è il mio punto debole. Mai cercato di cambiarla, compito impossibile. Per fare carriera ci vogliono intelligenza e buona volontà, più l’autoironia per non offendersi quando mi prendono in giro».
Bene, come un robot autoprogrammato per l’autodistruzione, tutta questa costruzione paziente si sgretola appena «Rosetta» diventa prima cittadina nella città del vulcano. Qui qualcosa di incomprensibile accade. La Iervolino non riesce a prendere le misure, a governare bene, a lasciare un segno. Qui il suo carattere di statista magnanima viene corrotto in un battibaleno, da sindaca si fa collerica, incerta, irascibile, mai capace di efficienza istituzionale e amministrativa. Il primo equivoco, a bene vedere, è il rapporto con il suo king maker. La Iervolino viene scelta in realtà da Bassolino con l’idea che possa essere una ottima donna-immagine, facile da controllare, anche dalla regione. Ma la prima incrinatura è già in questo equivoco. «Rosetta» non accetta di nominare suo vice Riccardo Marone (già numero due di Bassolino, ma di fatto l’unico vero sindaco dell’ultimo quarto di secolo), e per affrancarsi si sceglie Lucia Marocco Papa. Ma in realtà non si autonomizza mai, nè con questa scelta nè con altre. Da sindaco, la Iervolino entra subito in rotta con Ciriaco De Mita (all’epoca vero padrone dell’Ulivo in Campania) che la gratifica di epiteti terrificanti in pubblico e in privato (Il più generoso? «Inadeguata»). Un altro uomo forte che Rosetta ha contro è Alfonso Pecoraro Scanio, all’epoca ancora eletto-record nel collegio dell’Arenella-Chiaia, uno che sognava un posto (il suo!). Accerchiata Rosetta litiga con tutti e tratta con tutti, disprezza le classi dirigenti campane ma patteggia con loro il proprio potere e la propria giunta.
A Napoli la sua immagine pubblica si fa disastrata, complice il fatto incomprensibile che il sindaco non si dota di un portavoce: i cronisti se hanno bisogno chiamano direttamente lei, a casa o sul telefonino (!). La sua linea è ondivaga, per nulla chiara. Da un lato «Rosetta» pensa di avere sempre il blasone e la caratura presidenziale e istituzionale che sono nel suo Dna di figlia d’arte; dall’altro accarezza il sogno di un proprio populismo carismatico, riassunto dall’autopresentazione di rito: «Io che sono madre, vedova e nonna...». Un tormentone: ma il risultato è che non funziona nè nel primo ruolo nè nel secondo, prova le parti senza capire che la prima maschera uccide la seconda. Il caso di scuola è la rivolta di Pianura. Una mattina la Iervolino è favorevole alla discarica, il giorno dopo va a visitare i rivoltosi (e polemiche a non finire). Stesso copione a Chiaiano: prima la discarica nonse pò ffà, poi se po ffà. I rapporti con la città e con il blocco di consenso storico del cosidetto rinascimento bassoliano vanno ancora peggio. Per mantenerlo vorrebbe un carisma avvolgente, lei assomiglia sempre più a una preside stizzita. Il traffico va in tilt, la raccolta differenziata non parte mai, i rifiuti iniziano a sommergere la città, la camorra spara. E lei? Se la criticano, la donna che un tempo riusciva a scherzare sulla propria voce, adesso perde la testa.
Il caso Saviano con una coda infinita di polemiche diventa emblematico. L’Espresso riferisce una frase al curaro di Rosetta contro lo scrittore bandiera dell’anticamorra: «È il simbolo della stessa Napoli che denuncia». Che poi è come dargli del camorrista. Ma la Iervolino smentisce il settimanale di Largo Fochetti «Si sono inventati tutto». Salvo poi ripetere lo stesso concetto in mille occasioni, quelle in cui la tensione verso il populismo e il consenso (o in buona fede per la sua idea di difesa della città) la fanno sfiorare il negazionismo sulla criminalità, e litigare con parroci coraggio come don Luigi Merola. E Giorgio Bocca? «Diffama Napoli». E Michele Santoro? «Dovrà risarcire la città». Per non parlare dello scandalo degli «stipendi gonfiati» in cui si scopre che l’ufficio additato come modello dal centrosinistra, attribuiva emolumenti e regalie indebite. «Chi ha sbagliato deve pagare!», grida lei. Ma nulla accade. Il caso che da più l’idea del suo umore è la mostra d’arte in cui un quadro pop la immagina nuda. Apriti cielo: «Sono indignata! Esigo rispetto e come donna di 66 anni, vedova, madre di tre figli e nonna di cinque nipoti». La sua vera disgrazia, con il senno di poi, è la rielezione (dove ce la fa solo perchè Bassolino preferisce lei piuttosto che un certo Riccardo Villari). Continua a vivere fra Napoli, Roma e Bruxelles (dove abita la figlia) la vita partenopea non le è mai entrata nel sangue. Come Cofferati con Bologna, è divisa fra amore e odio per la nuova vita. Fosse rimasta a Roma potrebbe essere sul Colle. Ma è andata così, ed è andata male: Nemo propheta in patria.