Ignazio-Bobo, l’eterno derby. Quattro mesi di rivalità per le "invasioni di campo"

Dall’utilizzo dei militari per i rifiuti, dal pacchetto sicurezza all’ultima emergenza omicidi in Campania: c’è stato uno screzio continuo tra i responsabili della Difesa e dell’Interno. Abilmente mascherato da battute ironiche e paragoni calcistici

da Roma

Ieri sera, dopo che la bufera era passata, Ignazio La Russa la buttava sul sorriso, e diceva che l’unica cosa che lo divide da Bobo Maroni è il tifo per l’Inter (il suo collega, come è noto, è del Milan). Battuta perfetta. Ma ovviamente non ci crede nessuno, a partire da lui. E questa minimizzazione della disputa ministeriale, derubricata a ruggine calcistica fra «ministro rossonero» e «ministro nerazzurro», è l’abile trovata di una vecchia volpe della comunicazione per gettare acqua sul fuoco e stemperare un conflitto. Che però c’è, continua, e non è nato certo ieri, come dimostrano i precedenti.
L’ultimo scontro, ieri, è stato sul caso di Castelvolturno, per una divergenza apparentemente infinitesimale. Uno parla di guerra per bande, l’altro di guerra civile, dietro questo balletto di parole c’è il nodo di una nuova questione meridionale.
Ma la notizia è un’altra. Ieri, sulla strage dei ghanesi, mentre La Russa smorza i toni e condanna l’eccesso di enfasi nel giudizio, Bobo Maroni non ci sta. Il ministro leghista fa una analisi molto più allarmata. E quando a parlare è il suo collega della Difesa si sente scalvacato e censurato, decide che per lui è troppo, e chiama addirittura Silvio Berlusconi (invocandone un intervento). La divergenza, ridotta all’osso è questa. La Russa, adottando la lingua prudenziale dei ministri cauti parla di «guerra per bande»; Bobo Maroni, usando una lingua da ministro leghista d’assalto che non ricorre a perifrasi parla di «guerra civile». Non è una questione di lessico o di vocaboli: il ministro di An guarda allo spaccato di criminalità organizzata aperto dal delitto con un occhio pragmatico. Il ministro della Lega - invece - lo ritiene l’ennesimo campanello di allarme di un problema strutturale più grave. Dice La Russa: «Pur condividendo nella sostanza il pensiero del ministro Maroni, non parlerei di guerra civile. Mi sembrerebbe quasi - aggiunge il ministro - di dare una patente, non dico di legittimità ma di importanza extracriminale, alla camorra. Il vecchio termine di guerra fra bande si adatta anche a questa fase». Ma Maroni spiega a Berlusconi che secondo lui «il ministro della Difesa ha smentito quanto dichiarato dal ministro dell’Interno in una sede istituzionale, e a nome del governo». Ecco perché, l’uomo forte della Lega al Viminale chiede al Cavaliere di invitare il reggente di An «a modificare il proprio atteggiamento in simili circostanze».
La Russa dopo che le notizie sul duello a distanza invadono le agenzie mette i suoi paletti: «Dire - osserva - che si preferisce usare un termine piuttosto che un altro e spiegarne il perché è del tutto marginale rispetto alla totale comunanza dell’analisi, e cioè che la camorra dichiara guerra alle leggi dello Stato, e alla condivisione della risposta che è quella illustrata dal ministro dell’Interno e a cui concorrono anche i 500 militari impiegabili sul territorio». Poi il ministro della Difesa sdrammatizza come sappiamo: «Con Maroni c’è sempre stata sintonia: facciamo la stessa analisi. C’è solo stata una diversità nella scelta delle parole. Ma è eccessivo trasformare una questione lessicale in una battaglia tra ministri o tra An e la Lega».
Ma la tensione sale, anche perché non mancano i precedenti. Quello di ieri, in realtà, è l’ultima di una serie di incomprensioni tra i due ministri. Iniziate, forse, quando La Russa vuole inserire nel pacchetto sicurezza approntato dal collega l’impiego dei 3.000 militari nelle città: una «invasione di campo» secondo Maroni. Una mossa di sua competenza per il reggente di An. Nei giorni scorsi, poi, in una riunione al Viminale si era pensato di usare una parte di quel contingente per affrontare l’emergenza criminalità nel Casertano. Ma il ministro della Difesa aveva frenato (visto che nessuno lo aveva consultato). La Russa si era poi opposto a distogliere personale dai 3.000 già operativi ed aveva ottenuto, ieri in Consiglio dei ministri, il via libera ad un altro contingente di 500 militari da impiegare per tre mesi nelle emergenze. Che tra i due ministri i rapporti non fossero idilliaci si è avuta una dimostrazione plastica proprio nella conferenza stampa a Palazzo Chigi seguita al Consiglio dei ministri: a parlare dei 500 militari è sceso in sala stampa Maroni. Poi, quando è andato via, è arrivato La Russa.
Curiosamente anche quando il Consiglio dei ministri si tenne a Napoli, i due erano divisi, in quel caso dai rifiuti. Maroni sul palco con Berlusconi, La Russa in prima fila. Con il premier che lo invitava platealmente, e lui che per non aprire questioni rispondeva: «Non fa nulla». Anche in quel caso, il ministro della Difesa si considerava coinvolto tardivamente nell’operazione. La verità è che i due rappresentano due nord molto diversi. ’Gnazio è il milanese che si sente cosmopolita, dà ai figli i nomi degli apaches, rivendica con orgoglio le origini siciliane, considera l’identità nazionale il suo totem. Maroni è un leghista del ceppo più antico, quello varesino, è convinto che le differenze fra nord e sud siano incomparabili, e che si debba partire da questa presa d’atto. Due modi di vedere le cose, due visioni forse conciliabili. Alla fine, solo una delle due prevarrà.