Ignoranti di diritto

Non c’era bisogno di conferma a ciò che già da tempo sappiamo sulla preparazione - o impreparazione - scolastica di tanti, di troppi italiani: i tanti, troppi italiani che pure vantano pezzi di carta - si chiamino lauree o diplomi - rilasciati da scriteriate autorità accademiche.
Ma l’esito d’un concorso per l’ammissione di 380 nuovi magistrati è più che una conferma. È una sentenza definitiva e irrevocabile. Essa dice che i titoli di studio sfornati da molti atenei della penisola non corrispondono nemmeno lontanamente a una sostanza culturale - ma il termine è troppo solenne - appena appena accettabile. Essa ci dice che non sopravvive allo sfascio un certo tipo di formazione - quella definita genericamente umanista - che aveva vizi profondi di arretratezza e di accademismo, che non generava professionisti adeguati alle esigenze di un Paese moderno, ma che almeno presupponeva alcune conoscenze basilari. Prima tra tutte quella della lingua italiana.
Abbiamo invece saputo che su 43mila aspiranti ad entrare tra i 380 - aspiranti tutti fregiati dell’immancabile titolo di dottore - non abbondava un sapere di vecchio stampo, abbondava soltanto l’ignoranza, una totale mancanza di sapere, tanto che non sono stati trovati - dopo la carica dei 43mila, i 380 di cui si era in cerca. Una sessantina di posti è rimasta scoperta.
La folla dei pretendenti alla toga - nonché al rispetto e al buon trattamento economico che dalla toga derivano - è stata falcidiata dagli scritti. Non è questione di toghe rosse e di faziosità ideologiche. Di sicuro c’è anche questo ma viene dopo. Quel che viene prima è lo scandalo di lauree elargite con generosità in consulta a chi galleggia in un semianalfabetismo presuntuoso. Non giurerei nemmeno che i 322 accettati siano di prima qualità. Scorrendo le motivazioni redatte da giudici che occupano incarichi importanti si ha motivo di dubitare dei criteri selettivi adottati nei loro riguardi. Possiamo essere grati a chi ha presidiato l’accesso a questa infornata di magistrati per la severità di cui ha fatto uso.
Ma i problemi rimangono tutti, irrisolti. Rimane il problema di quelle università i cui attestati non sono né credibili né utili, se non per immettere nella burocrazia, tramite mostruosi concorsi, falsi dottori dotati di lauree fasulle. Cieco e sordo, lo Stato non è capace di distinguere tra università e università - il che avviene invece nel privato - e pone sullo stesso piano documenti di studio il cui peso specifico è notevole e documenti di studio il cui peso specifico è zero. O addirittura privilegia, lo Stato, la laurea a pieni voti regalata da professori meritevoli, loro di bocciatura.
Rimane il problema d’una magistratura che attinge le sue nuove leve, in massima parte, da una mediocre folla di presunti cultori del diritto che a malapena, quando va bene, sono cultori del cavillo. «Umanisti» cui sono ignote sia la sintassi sia la grammatica si sono accaniti a sbeffeggiare l’ex guardasigilli Castelli, perché osava occuparsi di giustizia essendo ingegnere. Pensassero un po’ ai guai loro, e alle loro elasticità grammaticali, anziché a quelli degli ingegneri che devono misurarsi con i numeri.
L’Italia è il Paese dove i parametri non contano, come le lauree con la lode vale a volte meno del foglio su cui è scritta, dove gli indici della ricchezza forniti da appositi e affollati uffici non corrispondono alla realtà, dove la lentezza dei processi è intollerabile, dove la grafomania perditempo degli addetti ai lavori è estenuante. Anche quando non scrivono cuore con la «q» i magistrati commettono errori - e del resto ne commettiamo tutti - ma non tollerano di esser criticati, si atteggiano anzi a maestri di pensiero e di vita. In realtà c’è gran bisogno di maestri elementari, che insegnino ai ragazzi gli elementi fondamentali della lingua italiana, in realtà c’è bisogno di lauree che siano degne di questo nome, in realtà c’è bisogno di giudici dotati d’una mentalità attuale. Fosse pure una mentalità da ingegneri.
Mario Cervi