Ilaria D'Amico: "Sembravo la Bindi, ora batto la Gruber"

"Reprimevo la mia femminilità, giacche lunghe e pantaloni larghi come l’onorevole del Pd.
Ora no. Ho più share di Lilli grazie alla crisi economica, che favorisce il mio programma di denuncia"

Che l’appuntamento sia nella sede romana del produttore di Exit, la trasmissione che conduce su La7, è poco importante. Idem che Ilaria D’Amico e il suo staff occupino il «piano giardino» della palazzina. Il punto è che io sono al piano di sopra e sento il ticchettio crescente di Ilaria sulle scale. Ho un problema di coronarie. Se D'Amico è lo schianto che si vede in tv, sono a rischio. È uno schianto e mezzo. È alta di suo, bisalta con i tacchi e affusolata in un panta tailleur scuro, tenuta tipica della donna manager di se stessa. Ha lunghi capelli neri e labbra color carminio da seduttrice. Prendete Monica Bellucci - non cito a caso, come vedremo -, depuratela dall'aria da morticia, toglietele un pugno d'anni e avrete D'Amico. Aggiungete anche diversi sorrisi in più.

«E un brufolo sul naso», dice Ilaria per completare la descrizione e togliersi dall'imbarazzante situazione di un tizio che, con la scusa dell'intervista, la sbuccia con lo sguardo.
«Non lo noto. Se c’è, ti sta benissimo», dico galante.
«Sono terribilmente autocritica», osserva e sediamo a un tavolo di vetro che me la lascia vedere dalla testa ai piedi.
«Dopo undici anni di tv, ti si scopre solo adesso».
«Meglio scoperta in ritardo che venuta a noia. Mi piace essere una novità. Forse è perché ho cambiato generi», dice Ilaria che snocciola con orgoglio le sue prodezze: nata con lo sport (ha tuttora una rubrica su Sky), è passata all'intrattenimento, ha curato un talk show con due ospiti agli antipodi, Vittorio Feltri e Sandro Curzi, si è specializzata in trasmissioni maratona sulle tre ore.
«Sei duttile».
«Mi piacciono molte cose. Lo sport è stato l’ingresso. Poi la passione: il giornalismo d’inchiesta. E sono approdata al figlio prediletto: Exit di cui sono autrice e conduttrice», e si sporge sul tavolo. Sotto la giacca con i revers, una maglietta bianca le avvolge il seno reso famoso dalle cronache.
«Ti dividi tra letture impegnate e i libri del leggendario Gianni Brera?», chiedo.
«A causa di Brera feci arrabbiare Gianni Rivera in tv. Portai il discorso sul giornalista e Rivera saltò su: “Proprio di lui devi parlare?”. Ce l'aveva per non so quale critica. Ero agli inizi e mi sembrò tragico che l’ospite si indispettisse», dice rattristata.
«Bagattelle», la consolo.
«Oggi non andrei più nel panico. Non indispettisco a tutti i costi, perché mi sembrerebbe squallido come compiacere programmaticamente, amo però controbattere».
«La tua quasi laurea in Legge...».
«Sfumata per colpa della tv. Pensa che avevo già fatto due capitoli della tesi in diritto bancario».
«...almeno ti è servita?».
«Devo a Legge la pignoleria che colpisce i miei collaboratori. Voglio sapere tutto di un argomento anche se non servirà in trasmissione», dice, e mi propone una Coca Cola light dal distributore aziendale. Rilancio con un Moët & Chandon domani a tu per tu. Resta sul vago.
«Exit ha quattro punti di share. Fai meglio dei divi, Gad Lerner e Lilli Gruber, che ne hanno tre. La stella de La7 sei tu».
«Sarei stupida a considerarmi la stella di fronte a due colonne. Si può essere se stessi, senza volere massacrare gli altri. Se loro hanno successo, io faccio il tifo».
«Il gradimento va a ondate. Il momento economico favorisce i miei programmi di denuncia sociale rispetto ai balletti tv».
«Aldo Grasso del Corsera, critico in genere stizzosetto, per te è andato in brodo di giuggiole. “È brava”, ha scritto».
«Credo sia incuriosito dal mio lavoro. Ma non mi esalto per una critica positiva perché rischierei di sedermi, né perdo un minuto di sonno, se è negativa».
«Sul tuo stile, Grasso ha aggiunto: “Un po' Gabanelli, un po' Floris”. Ti riconosci nel collage?».
«Mica ha parlato di due che non sanno fare il mestiere. Floris, mio amico, mi piace moltissimo. Gabanelli con le sue inchieste ha fatto scuola. Ma ho molta strada da fare».
«Metà Floris, metà Gabanelli. D'Amico dov’è?».
«Sono me stessa anche quando mi occupo di calcio. Non devo darmi un’identità. Me la sento fortemente cucita addosso».
«Diversamente dall'austera Gabanelli tu hai gonne mozzafiato e maxi scollature».
«Preciso: gonne al ginocchio. All'inizio, reprimevo la mia femminilità. Giacche lunghe, pantaloni larghi come nemmeno Rosy Bindi. Una mortificazione a 24 anni. Poi non ce l’ho più fatta a presentarmi come una che va in guerra».
«Non temi di essere seguita più per il sex appeal che per la bravura?», punzecchio.
«Il binomio austerità-credibilità è un accostamento da cretino», dice guardandomi con intenzione. «Grazie. Hai un modello?».
«Tutto e tutti mi insegnano qualcosa. La puntigliosità della Gabanelli. La teatralità delle ricostruzioni di Minoli in Mixer. Mi piace essere inquinata da chiunque».
«Come definiresti il tuo stile tv?».
«Sono diretta e alla costante ricerca di chiarezza. Mi soddisfa solo se mi tolgo i dubbi che ho e che potrebbero avere i telespettatori. Davanti alle risposte archetipate degli ospiti, tipo “bisogna lavorare bene”, “conta l'armonia del gruppo”, mi viene subito il nervo irritato», dice e accavalla con decisione le gambe sotto il tavolo di vetro. Due arti di Venere su cui, causa spazio, non mi dilungo.
Cosa sei politicamente?
«Progressista, ma con l'occhio alle persone. Del governo, mi piacciono Tremonti e Brunetta. Dall'altra parte, Bersani. Aspetto un Obama italiano».
Il tg preferito? «Li guardo solo di notte al ritorno dal lavoro. Quindi, il Tg2 che comincia più tardi degli altri. Mazza, che non ha proprio un'origine di liberal Usa, si è ispirato alla Cnn coi titoli in sovrimpressione. Si è fatto contaminare. Mi piace. Poi Tg 24 che è ininterrotto».
I giornali?
«Riformista e Foglio. Mi diverte vederli punzecchiarsi a distanza».
Vorresti fare un talk show alla Vespa?
«Vorrei fare crescere Exit. Se ci rivedessimo tra dieci anni e avessi Exit in buona salute, sarei soddisfatta. Preferisco l'approfondimento alle chiacchiere».
Vespa, Mentana, Ferrara o Lerner?
«Sono tutti come il gessato o il Principe di Galles. Non puoi non averli nell'armadio e non passeranno mai di moda».
Santoro o Floris? «Quando vidi Sciuscià per la prima volta, fu una commozione assoluta. Di Santoro amo la capacità di mescolare ospiti diversi che sembra non c’entrino tra loro. Ma lui li lega. Uno scacchista perfetto: in tre mosse scacco matto. Floris è se stesso: un moderato moderatore intelligente. Uno da cui l’ospite esce ringraziandolo comunque».
Tra le donne, Latella, Gruber ecc?
«Bene che ora ce ne siano molte. Prima, c’era solo l’Annunziata, lì a fare a pezzetti chi le capitava. Un gusto da scorpione, forse il suo segno».
L’ospite ideale? «Bersani. Parla in tv come farebbe col panettiere da cui va a servirsi in bici. Un perfetto emiliano. Poi Brunetta, mio ospite quando ancora non era in auge».
Il politico che buca? «Tremonti. Prima era autorevole ma non avvolgente. Ora esplode. Questione di tempi - la crisi economica - e di capacità di cavalcarli».
Tra il Cav e Veltroni?
«Due diversi modi di comunicare. Berlusconi parla a un pubblico più largo, più popolare, se vuoi populista. Veltroni fa una scelta, come l'ha fatta con gli elettori rinunciando a una parte di loro».
Ti attribuiscono fidanzati a frotte. Sei anni con un avvocato, Alessandro Moggi, Rocco Attisani.
«Solo tre flirt a 35 anni? Pensi che dovrei recuperare?».
Pier Silvio Berlusconi.
«Alle leggende non c’è fine. È stato il mio datore di lavoro in un reality a Mediaset».
Dicono che hai ambigue amicizie femminili. Maria Sole Tognazzi, Rosita Celentano, soprattutto la Bellucci che vive con te quando rimpatria.
«Spazzatura trita e ritrita. Nulla da dire salvo un leggero senso di nausea. Infangare è uno sport. Fa sentire meglio gli insoddisfatti».
La tua nota intervista tv a Gheddafi. Carpita ammaliando il figlio o direttamente il padre?
«Mi ero rivolta al figlio dell'ambasciatore libico, mio amico. Non ci è riuscito e mi ha messo in contatto col figlio del raìs che faceva il calciatore in Italia e seguiva le mie trasmissioni sportive».
E poi?
«Dopo 15 giorni, quando avevo perso le speranze, arriva il via libera per un incontro di mezzora. Siamo stati insieme quasi tre ore».
Decenni fa, davanti a Gheddafi c’era Oriana Fallaci. Ilaria come Oriana?
«Ne riparliamo quando avrò fatto un decimo delle sue clamorose interviste. Mia mamma è una sua fan e a otto anni mi ha fatto leggere la sua Lettera a un bambino mai nato. Un mito».
Che opinione hai di te?
«Di una tenace che difende le cose in cui crede. Cerco di fare somigliare a me le mie trasmissioni. Iperpolemica a costo di trasformare l'incontro in scontro».
Pretendi di rileggere le tue interviste. Disistimi i giornalisti?
«Ho avuto brutte esperienze. Le mie affermazioni sono state utilizzate a fini scoopistici. L'intervista è buona se l'intervistato ci si riconosce».
Io non te la farò rileggere.
«Ti darò fiducia a termine. Se mi tradisci, ti cancello».