Ilaria, la metafora del successo in esilio

Ilaria, nessuno di noi l’ha mai chiamata Bimba.
Fin da quando, ancora praticamente in fasce, premeva per le prime volte il tasto «invio» del computer - prima come stagista nella redazione milanese e poi qui a Genova - nessuno di noi l’ha considerata una ragazzina. Anzi, se possibile, Ilaria è il miglior spot per tutti i giovani, e sono tantissimi, che muovono i primi passi in questa redazione: sicura, determinata, pronta al sacrificio, più interessata alla notizia che all’estratto conto mensile con il pagamento degli articoli, più interessata a dare al lettore un servizio in più piuttosto che al conteggio dei minuti dell’orario di lavoro, meglio se da far segnare come straordinari. Giustamente e a norma di contratto, per carità, ci mancherebbe altro.
Il giornalismo, Ilaria Cavo, ce l’ha nel Dna. Ce l’aveva, giovanissima, al Giornale; ce l’aveva da direttore di Primocanale, dove ha avuto la fortuna professionale di trovare un editore come Maurizio Rossi che credeva in lei e quella di poter raccontare il G8 mentre la tivù di Stato sottovalutava colpevolmente l’evento; (...)