Gli illusi della svolta dei miracoli

Per il referendum, nessuno vuol nascondere nulla. Non la pesantezza della sconfitta subita dalla Casa delle libertà, non i gravi errori che l’hanno preceduta e determinata. Sono comprensibili i gridi di trionfo del centrosinistra, e non vogliamo certo frenarne il tripudio. Chiediamo soltanto che ad esso non s’accompagni una bolsa retorica secondo la quale il popolo italiano, votando in larga prevalenza no, ha attestato il suo spirito civico, il suo amore per la Costituzione del 1948, il suo anelito ad istituzioni virtuose.
Ezio Mauro su Repubblica ha attribuito all’esito della consultazione il valore d’una “svolta culturale”. Sulle colonne dell’Unità Furio Colombo ha scritto che “l’imbroglio (beninteso berlusconiano ndr) è stato immenso, il pericolo grande perché gambizzare la Costituzione avrebbe significato rendere zoppo e squilibrato il Paese. Ma il Paese ha ripetuto certi miracoli che avvengono silenziosamente e quasi da soli in Italia”. Svolta culturale, miracoli. Per carità, ripeto, si sfoghino pure. Ma un’occhiata più da vicino alla svolta e ai miracoli è forse opportuna.
Il sì è prevalso in due regioni - la Lombardia e il Veneto - che qualcuno, subito bacchettato dai progressisti, ha avuto l’ardimento di definire “le più produttive d’Italia”. Il dato è significativo, così come è significativo che in Friuli Venezia Giulia il risultato sia stato di sostanziale parità, e in Piemonte di 43 (centrodestra) a 56 (centrosinistra), un indubbio successo prodiano ma non una débâcle berlusconiana. In effetti le vere roccheforti che spasimano per un’Italia virtuosa vanno cercate altrove. Anzitutto in Calabria, serbatoio di fedeli alla Magna Charta italiana. Solo il 17,5 per cento per il sì, l’82,5 per il no. Nemmeno nelle rosse Toscana ed Emilia Romagna si è arrivati a tanto. Fanno buona compagnia alla Calabria, nello schieramento del no, altre regioni di nobile lignaggio come la Campania, la Puglia, la Sicilia (quest’ultima bollata in passato quale feudo berlusconiano per i risultati delle politiche, e adesso riabilitata). Regioni ripeto, dalle credenziali storiche, sociali e letterarie di prim’ordine.
Ma note inoltre sia per alcune disinvolture gestionali - la Calabria ha più forestali del Canada e se ben ricordo l’archivio di Stato di Cosenza aveva oltre cento dipendenti per accogliere una media di otto visitatori al giorno -, sia per lo scarso rispetto della legalità, sia per l’esistenza di organizzazioni criminali chiamate ’ndrangheta, mafia, camorra, Sacra corona unita. I cittadini onesti sono vittime di quel contesto delittuoso che influisce fortemente sulle vicende elettorali e sulla vita politica. Ma l’interrogativo di circostanza è questo. Vi pare possibile che da quelle aree dove lo Stato è poco presente o fatiscente o oltraggiato, venga un così risoluto messaggio di fervore istituzionale? A me non pare possibile, se non in misura molto limitata.
Sarò malizioso, ma a quel voto a valanga do un’altra interpretazione: un voto - legittimo, sia chiaro - per il non cambiamento, per una immobilità che fa comodo agli interessi d’una società e d’un sistema di potere assistenziali e clientelari, che rinvia sempre il rigore a tempi remoti e intanto consente il tran tran delle dilapidazioni siciliane e dei forestali calabresi. Di là verrebbe l’esortazione ad una politica limpida, e da Milano o dal Veneto verrebbe invece l’esortazione gaglioffa al malaffare, al parassitismo, alla corruzione? Ecco in sintesi ciò che vorrebbero farci credere, ed esagerano. Brindino al successo, ma con juicio.