Le illusioni perdute di un intellettuale sull’Unione sovietica

Nel novembre del 1977, Carlo Ripa di Meana trasformava la Biennale di Venezia in una «Biennale del dissenso», per denunciare gli orrori del totalitarismo dell’Urss. Quell’operazione registrò l’opposizione di gran parte della cultura italiana, allora dominata da un alto tasso di filosovietismo, se si eccettua il consenso ricevuto da una pattuglia di intellettuali, tra i quali spiccava il nome di Franco Venturi, uno dei più grandi storici europei della seconda metà del Novecento, che, in quell’occasione, portava a termine la sua definitiva resa dei conti con la grande illusione del socialismo reale. Non era, quella di Venturi, una decisione estemporanea, ma il risultato di un lungo, sofferto allontanamento dalle mistificazioni e dai traviamenti dell’ideologia comunista, che ora viene descritto nel volume miscellaneo Franco Venturi e la Russia, a cura di Antonello Venturi (Fondazione Feltrinelli, pagg. 542, euro 60), ricco d’importanti contributi critici e di un’abbondante documentazione inedita.
Il giovane storico, militante antifascista di Giustizia e libertà, nella Parigi della fine degli anni Trenta, pur essendo a conoscenza dell’involuzione totalitaria realizzata da Stalin, aveva sospeso ogni giudizio negativo su quell’esperienza, considerandola, in ogni caso, portatrice di un «elemento di libertà», in grado di opporsi vittoriosamente ai fascismi europei e di «rappresentare il progresso del socialismo come tendenza organizzativa del mondo moderno a scapito del liberismo». Questo giudizio positivo non si modificava ma anzi si rafforzava durante la guerra, quando Venturi avrebbe esaltato il «dispotismo illuminato» di Stalin, capace, come un tempo Pietro il Grande, di rafforzare la «posizione nazionale» della nuova Russia contro «tutte le tendenze disgregatrici». Al di là delle affinità superficiali tra totalitarismo sovietico e hitleriano, i due fenomeni non erano paragonabili, dato che, se il socialismo sovietico aveva realizzato un’economia pianificata per «raggiungere l’eguaglianza», il nazismo se ne era semplicemente servito per «creare privilegi di potenza».
Nel 1947 Venturi si domandava però, con crescente preoccupazione, se non si dovesse invece parlare di «un rapporto stretto, di negazione e di comunanza, tra socialismo e fascionazismo, che non si ferma soltanto agli aspetti superficiali (tecnica di massa, propaganda, creazione di un’artificiale atmosfera pseudocollettiva), ma investe le radici del fenomeno». Il dubbio si trasformava in certezza, durante il soggiorno moscovita di Venturi, protrattosi fino al 1950, quando, chiamato a ricoprire un incarico presso la nostra ambasciata, venne a diretta conoscenza dei crimini staliniani, che avevano trasformato l’Urss in un «sistema di sfruttamento e di oppressione militare-feudale». La promessa dell’utopia comunista dell’eguaglianza si era rovesciata nel suo esatto contrario. Nella Russia staliniana non esisteva nessun «Stato sociale», concludeva Venturi, ma solo un sistema poliziesco, composto da «favoritismi, spionaggio interno, prepotenze».
Ritornato, in Italia, per le elezioni politiche del 1948, Venturi non rivelò come quella grande nazione si fosse tramutata in uno smisurato ergastolo a cielo aperto, per tema di favorire la vittoria delle forze moderate. A quella consegna del silenzio, si era attenuto purtroppo anche Gaetano Salvemini, che, già nel 1946, aveva confessato: «Se dicessi quello che penso del regime e dei governi russi mi troverei senz’altro dalla parte degli anticomunisti, mentre sono convinto che non è possibile lavorare oggi per la democrazia senza andare d’accordo con loro». Da quella «servitù volontaria», Venturi si sarebbe sottratto solo nel 1956, quando, senza più equivoci, avrebbe paragonato l’efferato totalitarismo di Stalin al «dispotismo orientale» di Ivan il Terribile e il vecchio imperialismo zarista al nuovo «nazionalcomumismo» della patria dei soviet.
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