Le illusioni di Pippa sposa in autostop

Scrive una certa Simona nello sfogatoio modernamente detto blog, di Pippa Bacca: "Per una donna fare l'autostop da sola magari dopo il calare del sole, sarebbe un suicidio anche alla periferia di Roma: figuriamoci nell’entroterra turco». Sempre nello stesso ballatoio informatico, qualcuno le dà ragione, qualcun altro la taccia di chiusura mentale e di grettezza culturale. Inevitabile: il destino di questa storia surreale è rendersi praticamente incomprensibile, come la più azzardata e la più cervellotica delle opere d’arte.

Per uno che magari coglie il senso, tutti gli altri s’impappinano. Nipote di quel celebre Piero Manzoni, che a cavallo tra gli anni ’50 e ’60 provocò gli ambienti culturali con una storica scatoletta dal titolo indimenticato («Merda d’artista»), Pasqualina detta Pippa era cresciuta con l’ambizione di messaggi e di ideali altissimi, coltivati ed espressi per via creativa. Dopo tante mostre in giro per l’Italia, con strane opere che nessuno potrebbe certo definire d’ispirazione neoclassica o rinascimentale, ecco infine il suo estro portarla alle soglie del capolavoro personale: vestirsi da sposa e raggiungere Tel Aviv, attraversando territori segnati dalle guerre e dalla sofferenza. Il progetto, allestito con un’amica, prevede i primissimi chilometri sulle Vespe dei fidanzati, poi solo autostop.

Inutile fare tanto i culturali: l’avventura farebbe rizzare i capelli e toglierebbe il sonno a qualunque genitore, a qualunque fratello, a qualunque fidanzato. La prima cosa che costoro penserebbero: vai a sapere chi la carica, magari un maniaco che la stupra e poi l’ammazza. Sono ragionamenti molto terrestri e piccini, diciamo pure concettualmente ottusi e prevenuti, ma casualmente il capolavoro errante di Pippa finisce proprio così. Raccontava a tutti che chi semina fiducia e buone cose raccoglie fiducia e buone cose. Purtroppo, in una squallida periferia di Istanbul, il suo afflato artistico raccoglie solo quello che troppe periferie del mondo offrono sempre più spesso, uno zozzo essere degenerato, capace unicamente di male e crudeltà. La «performance» da strada si chiude sotto un mucchio di terra. La lieta sposa in bianco è ridotta a pietoso manichino. Sarà anche molto ottuso, poco culturale, ma davanti alla tragica composizione finale sorge incontenibile la dolente domanda: dove finisce l’arte, dove comincia l’incoscienza?

«Era molto fiduciosa: purtroppo ha incontrato la persona sbagliata, nel posto sbagliato, nel momento sbagliato»: così, adesso, il fidanzato Giovanni. Inutilmente molte ragazze d’Italia spiegano affettuosamente e rabbiosamente nel blog che il caso e il destino c’entrano poco, che Pippa quella cosa non la doveva fare, che c’è un limite al candore e all’ispirazione. La stessa madre Elena rifiuta anche solo l’idea di una recriminazione: «Non eravamo preoccupati del suo viaggio in autostop. Tempo fa, in Spagna, aveva respinto le avances di un camionista con l’ironia: il Signore dice che bisogna resistere alle tentazioni, aveva raccontato a quell’uomo...». Beati loro, spiriti d’artisti. Beati loro, che hanno della realtà questa percezione lieve ed eterea. A tutti quanti noi, genitori e fidanzati terra-terra, vengono le angosce quando le ragazze nostre sono soltanto in attesa ad una fermata del tram, o caricano pacchi nel parcheggio dell’ipermercato, o devono passare in un sottopassaggio tornando da scuola. Attraversare i Balcani in autostop, vestita da sposa, ad un certo punto dividendosi persino dall’amica (già, come mai?): la sola idea impedisce all’umanità usuale di cogliere anche il minimo risvolto artistico.

Chiunque di noi, di fronte al progetto, per quanto affascinante e romantico, risponderebbe in un modo solo, sintetico e diretto: non se ne parla neppure. Due mondi lontani, i mondi dell’arte moderna e della vita comune. E dire che la stessa Pippa non conduceva un’esistenza poi così svalvolata: stava con la mamma e con una delle quattro sorelle nella casa di ringhiera del Comune, zona Brera, cuore di Milano (il papà è separato da più di vent’anni). Proprio la sorella Maria la racconta come «un po’ pazzerella, ma buona, estroversa, generosa». Soprattutto, piena di vita. La stessa vita che non ha saputo difendere abbastanza.

Adesso la madre insegue un’unica consolazione. Prima il funerale con una bara verde, il colore adorato da Pippa. Poi una mostra personale, magari con quanto resta di quest’ultima opera, l’abito da sposa. Benché tanti di noi, come davanti a certe opere troppo ermetiche, finiranno per cogliere solo il senso inspiegabile dell’assurdo.