Imam assolto, giudici contro il ministero della Giustizia

da Milano

Tre ultrà dell’Islam, tre militanti a tempo pieno della moschea di Varese, culla delle fazioni più radicali della galassia musulmana in Italia. Se fossero anche terroristi non lo si saprà mai. Sono stati liberati il 24 maggio scorso dopo essere stati assolti con formula piena. E nelle motivazioni - depositate ieri - della sentenza che li assolve, si indica chiaramente perché non si è potuto stringere il cerchio: perché la rogatoria internazionale che doveva servire a fare luce sulla cellula di Varese si è addormentata negli uffici ministeriali. I giudici italiani sono stati avvisati dell'udienza fissata in Marocco due giorni dopo che l'udienza si era tenuta. Tardi per condurre qualunque interrogatorio.
Gli imputati del processo per terrorismo internazionale davanti alla Corte d'assise di Milano erano l'imam della moschea varesina, Abelmajid Zergout,e i suoi collaboratori Abdelillah El Kaflaoui, Mohamed Raouiane. Tutti marocchini, tutti appartenenti al Gruppo Islamico Combattente. La sentenza che pure li ha assolti non è tenera nei loro confronti: «Si può parlare di una accordo tra persone che cercano di sfuggire ai pedinamenti della polizia; che forniscono giustificazioni scarsamente plausibili; che mostrano una chiara adesione alla ideologia islamica fondamentalistica; che raccolgono denaro per la causa comune; che esaltano la lotta contro gli infedeli». Per condannarli, però, sarebbe servito qualcosa di più: l'interrogatorio di una serie di testimoni in Marocco tra cui alcuni agenti di polizia. Ed è qui che la cosa si fa quasi grottesca.
Nell'aula del processo ai tre estremisti, il pm Elio Ramondini chiede che venga avviata la rogatoria internazionale. Il 17 luglio dell’anno scorso, la Corte d'assise invia la rogatoria al nostro ministero della Giustizia. Per cinque mesi non accade nulla. Il 2 dicembre, mentre il ministero continua a tacere, l'Interpol comunica al presidente della Corte d'assise che l'udienza in Marocco si terrà il 16 dicembre successivo. La Corte d'assise, in uno sprazzo di formalismo, infila la lettera dell'Interpol in un cassetto: perché le rogatorie devono essere gestite dalla magistratura e non dalla polizia. Serve quindi una comunicazione ufficiale del ministero della Giustizia. Che arriva alla Corte d'assise: ma solo il 18 dicembre quando l'udienza in Marocco si è già tenuta da due giorni. Cosa sia successo a Rabat quel giorno non lo sa nessuno, visto che a Milano nessuno era stato avvisato. Il 1 febbraio il presidente della Corte d'assise Luigi Cerqua chiede al ministero di sapere qualcosa sull’esito dell'udienza. Da Roma nessuna risposta.
Passano altri dieci giorni senza che nessuno si faccia vivo. E a quel punto il presidente della Corte d'assise dichiara che si è già atteso abbastanza, che la Costituzione impone una ragionevole durata dei processi e che i tre imputati - in cella ormai da oltre due anni - non possono pagare le colpe delle lentezze della giustizia. Processo chiuso, si va alle arringhe e alla requisitoria del pm, che occupano altri due mesi. Da Roma, intanto, nessuna risposta. Il 28 maggio la Corte assolve tutti gli imputati «perché il fatto non sussiste». E la nostra rogatoria, si chiedono ancora adesso in Procura, che fine ha fatto?.